2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Abram Kadabram – Etgar Keret

ABRAM KADABRAM
Etgar Keret
Traduzione di A. Shomroni

E/O 2008

Etgar Keret è uno degli autori che sono passati quest’anno dal Festival della Letteratura di Mantova e mi dicono, io non ho visto il suo intervento, che sia stato molto spiritoso e anche particolarmente brillante.
E certamente i racconti di Abram Kadabram – magari voi l’avete capito subito, ma a me ci è voluto un po’ per capire che il titolo è una parodia dell’Abracadabra dei prestigiatori – sono anch’essi particolarmente brillanti.

Sono una mitragliata di racconti brevissimi, per la precisione 43, che, su un totale di suppergiù 140 pagine, fa 3,25 e rotti, cioè tre pagine e un quarto di media a racconto. Questo per convincervi che quando dico “brevissimi” intendo proprio brevissimi; qualcuno è di una pagina, qualcun’altro di cinque o sei, ma di più no.

Questo dà già una certa idea di cosa aspettarsi, perchè se come dice saggiamente Ermanno Cavazzoni, “un racconto è uno slancio, come l’avventura di una notte con un’amante occasionale, mentre un romanzo è come un matrimonio, e chi ha una moglia sa cosa vuol dire” (l’ha detto a Mantova), allora i racconti brevissimi di Etgar Keret sono sveltine fatte mentre si corre, senza neppure fermarsi.
Vabbè, a parte le cretinate, Keret con questi 43 racconti brevissimi tira davvero una sventagliata di mitra in senso letterario, cambiando stili e tono, passando dal comico all’amaro, dal dolce al crudo, dal delicato al violento, dal cameo che tutto racchiude al frammento di storia.
Quindi, la quarta di copertina che parla soltanto di “comicità irresistibile” è bugiardina forte, perchè tra i 43 racconti c’è anche quella, ma non solo quella; poi uno decide per i fatti suoi se è un bene o un male. Per me è un bene.

Mi aspettavo racconti ironici e li ho trovati, poi Keret mi ha spiazzato infilando scene crude di uno scontro violento tra un israeliano e un palestinese, poi ha rimesso il nastro ironico e dopo un po’ ha infilato un quadretto tragico di autolesionismo, poi di nuovo ha riavviato la comicità e… zac!… dentro un pezzo di un padre che si suicida (l’ordine l’ho cambiato apposta, così vi spiazza anche a voi). Eccetera eccetera.
Etgar Keret finge di essere leggero e ci riesce benissimo; poi all’improvviso scarta e tira una scrollata forte al lettore che si era messo un po’ troppo comodo a ridacchiare per le storielle comiche. E ci riesce benissimo anche a far questo.

I racconti sono per lo più delle piccole perle, e tutti insieme, questo alverare ronzante di storie brevissime, di vocine e scene che si aprono e si chiudono in un attimo hanno un’aroma dolceamaro, perchè prendono due sensazioni o emozioni o non so, quelle cose che ci si sente nella pancia e che poi iniziano ad arrampicarsi su per la pelle finchè non entrano dentro agli occhi; sensazioni così, queste storie le sbatacchiano un po’ tra di loro, in modo gentile, senza urlare, senza fare vorticare le sedie, con il sorriso, a volte malinconico, altre volte che si apre un po’ di più, altre volte ancora che si smorza e alla fine quello che rimane sono tante voci che bisbigliano, tanti modi di raccontare delle storielle brevissime, tanti abracadabra di un prestigiatore di parole e di immagini, quello che è Etgar Keret in fondo.

Adesso vorrei mettere un pezzetto, ma non è mica facile mettere un pezzetto di storielle di due pagine; metto un pezzetto e vi ho gia raccontato mezza storiella, oppure metto due righe che non svelano niente, ma neanche vogliono dire niente così, orfane e sradicate.
Quindi allora metto un pezzetto che vi racconta in pratica mezza storiella, chi non vuole farsi anticipare questa mezza storiella delle 43 storielle si fermi qui e anche io mi fermo, che mi sembra di avere già messo abbastanza righe per darvi la possibilità di fermarvi se volete fermarvi, perché io ci tengo, anzi ne faccio un punto d’onore, a non fare come quelli che son lì che scrivono e a un certo punto ti piazzano scritto “Spoiler” che, per chi non lo sa, vorrebbe dire che si apprestano a rivelare parte del succo o trama o inghippo o finale che sia; che io per questo dico due cose: la prima, ma che bisogno c’è di usare la parola “spoiler” che a me fa venire solo in mente quei tamarri che mettevano lo spoiler, appunto, sull’Alfasud o sulla Fiat Ritmo oppure quelli ancora peggiori con la Porche Carrera con quell’alettone spropositato che si capiva benissimo che era tutta scena e non serviva a un accidente quella specie di tavola da stiro o cagatoio per piccioni; invece l’altra cosa è che è un modo un po’ alla traditora di comunicare un’informazione che mentre sei lì che leggi… blablabla… tutta una descrizione o recensione o commento bello ricamato… blablabla… improvvisamente… Ah! Spoiler!… sembra un raptus o un tic o uno di quei matti che parlano normalmente e tutto d’un tratto cacciano un urlo disumano e poi riprendono come se niente fosse.
Io abolirei anzi vieterei l’uso di “Spoiler” e comunque adesso se ancora non avete deciso se leggere la mezza storiella non prendetevela con me che il tempo per pensarci ve l’ho dato.

La ragazza che aveva accettato di venire a casa mia quella sera si è pentita di averlo fatto dopo aver visto la pozzanghera. «Innanzitutto» ha detto, «è disgustoso e io qui non ci metto piede. E poi, anche se tu ti mettessi a pulire, l’odore ormai ha riempito la casa. E per finire» ha aggiunto storcendo leggermente le labbra, «se il tuo migliore amico ti piscia contro la porta questo vorrà pur dire qualcosa», e dopo una breve pausa ha aggiunto «riguardo a te» e dopo un’altra breve pausa «e di sicuro niente di buono». Poi se ne è andata. È stata lei a raccontarmi che i cani pisciano così per marcare il loro territorio. Mentre parlava si è fermata un istante dopo la parola «cane» fissandomi con uno sguardo carico di significato dal quale avrei dovuto dedurre che ci sono molte analogie tra il mio migliore amico e un cane. E dopo avermi fissato in quel modo se ne è andata. Io ho preso uno straccio per il pavimento e un secchio d’acqua dal balcone della cucina e mentre pulivo canticchiavo tra me un motivetto militare. Ero molto orgoglioso di essere riuscito a trattenermi e di non averle mollato un ceffone.

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Questa voce è stata pubblicata il 13 ottobre 2012 da in Autori, E/O, Editori, Keret, Etgar con tag , , , .

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