2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Tre donne – Robert Musil

TRE DONNE
Robert Musil
Traduzione di A. Rho

Einaudi 2009

Raccolta di racconti di Robert Musil; la prima parte Tre donne, del 1924, che dà il nome al libro è formata da tre novelle; la seconda, Incontri, due storie, è del 1911.

Ecco, adesso devo dire la cosa difficile.
Premessa: lo so perfettamente che sto parlando di Robert Musil, uno dei miei miti letterari, un padre della mia formazione sentimentale, uno dei grandissimi del Novecento, un Maestro, colui che ha scritto L’uomo senza qualità, una delle opere che vola nell’empireo degli capolavori supremi, e anche Pagine postume pubblicate in vita e I turbamenti del giovane Törleß, libri sui quali io e tanti abbiamo sentito l’anima risplendere di luce riflessa nell’ascoltare quelle parole. Anche i Diari 1899-1941 (Due volumi in astuccio) – Einaudi riporta questo come titolo, non so che dire – ho letto! Che quando li trovai, una vita fa su una bancarella di Via Po a Torino non c’era persona più felice di me… anche quelli!

E adesso? Adesso mi sento un miserabile per quello che sto per scrivere.

Lo dico. Questo libro è brutto, anzi Questo libro è veramente bruttissimo. Una schifezza semi-illeggibile, una specie di Harmony sdolcinato fino alla catalessi, ricoperto di prolusioni e anacoluti come un’enorme torta di panna montata e vi potete ben immaginare come si sta dopo che vi siete sentiti scoppiare di panna montata e ancora, a forza, ve la ficcavate giù per l’esofago, continuando a ripetere “No! No! Musil no! Musil non lo interromperò mai! Mai!”

Non l’ho interrotto, questo no, ma ora devo ripeterlo: Brutto! Bruttissimo! Vecchio! Obsoleto! Insopportabile! Illeggibile! Da dimenticare! Al più presto!

Apro a caso, grossomodo, e trascrivo:

Egli le accarezzò la mano: – Io credo che noi due stiamo bene insieme, Tonka, ma lei mi capisce?
Dopo qualche istante Tonka rispose: – Non fa niente che io capisca o no. Tanto non potrei rispondere. Ma mi piace che lei sia così serio.
Certo erano vicende molto piccole, ma lo strano è che nella vita di Tonka accaddero due volte, sempre le stesse. Anzi erano sempre presenti. Ed è anche strano che più tardi significarono il contrario di quel che significavano in principio. Tonka rimase sempre così, uguale a se stessa, così semplice e trasparente che si poteva credere di avere un’allucinazione e di vedere le cose più incredibili.

Voi capirete, spero, che non vorrei essere impazzito improvvisamente, che 212 pagine di questa solfa, nel 1924 (questo frammento è tratto da uno dei primi tre racconti), forse potevano anche riscuotere un certo interesse tra il pubblico della buona società viennese, magari erano i postumi della guerra, magari il ruolo della donna che lentamente cambiava, magari gli effetti della diffusione della psicoanalisi che induceva a ribaltare le convinzioni e a rivoltare i significati…non lo so! Ma quel che è certo – certo nella mia cecità, si intende – è che questa prosa magniloquente che si volta e si rivolta in mille arzigogoli frattali per non raccontare quasi nulla, coi suoi personaggi immobili e contemplativi, come steli ripiegati dall’intemperie, non ha retto il peso del tempo e a leggerla oggi si risolve in una tortura insopportabile.

Riapro e ri-trascrivo:

[…] cercò di immaginarsi il suono di questa seconda voce abbassarsi e spezzarsi nell’eccitamento sessuale; poi di nuovo qualche gesto maldestro attirò la sua attenzione, traendosi dietro i suoi sentimenti in strane circonvoluzioni. C’era un tale, olimpicamente ridicolo, ed ella cercò di considerarlo come avrebbe fatto una donna che credesse in lui… Qualcosa di estraneo col quale la sua vita nulla aveva in comune torreggiò su di lei, come una bestia irsuta dall’afrore acutissimo […]

Questo pezzo è tratto invece da uno degli ultimi due racconti, che temporalmente precedono i primi tre e, devo dire, sono un po’ meglio. Nel 1911, forse, sparo un’interpretazione totalmente infondata, la psicoanalisi freudiana con tutto il suo portato di sesso represso aveva talmente contagiato l’immaginario popolare che anche uno come Musil si risolse a scrivere due racconti pruriginosi, per i canoni dell’epoca, naturalmente, con queste brave donne come protagoniste, giovani mogli, che si dilaniano le carni e lo spirito contemplando, tra nebbie, gelo e uggie, ma non solo contemplando, anche consumando, il tradimento carnale, la congiunzione con l’uomo bestiale e lo struggimento catartico per il marito fedele e adorante o per l’innamorato sensibile che nel frattempo si incammina verso l’epilogo tragico.
Insomma, non voglio dire bestialità, ma a Musil il porno-soft è piaciuto, almeno in certi periodi, però, si sa, è un genere che purtroppo invecchia male, malissimo. Non si conserva, salvo qualche eccezione luminosa di geni dell’erotismo.

Curioso che pochi anni dopo questa molto infelice uscita letteraria del 1924, nel 1930 veda la luce la mirabile, meravigliosissima, divina prima parte de L’uomo senza qualità.
Come dire, chi è convinto che da cosa nasce cosa, che il precedente debba segnare il successivo, che da porcheria sia impossibile partorire il sublime, dovrebbe rifletterci su ancora un po’.

Va bene così, chiudo questo commento miserabile aggiungendo solo una piccola chiosa citando il grande Milan Kundera che dice:

Senza Waterloo la storia della Francia risulterebbe incomprensibile. Ma le Waterloo dei piccoli e anche dei grandi scrittori meritano soltanto l’oblio.

e un ultimo piccolo aneddoto, una vera e propria cretinata, ve lo dichiaro in modo definitivo, cosicché chi non ha voglia di sentire la mia cretinata può dirigersi testé verso attività più rispettabili.

Allora dunque… la prefazione a questo libro malnato è di Paola Capriolo, la quale fa un lavoro egregio, devo dire nell’introdurlo. Il punto però è che questa è la seconda volta che incrocio la Sig.ra Capriolo – “incrocio” in senso libresco, naturalmente – ed entrambe le volte il risultato è stato un disastro apocalittico. Questa volta per poco mi crolla un mito assoluto; la volta precedente fu tanto tempo fa, secoli fa, ero un ragazzino, anni ’80, non ricordo esattamente, e già allora leggevo parecchio, ma solo autori stranieri.
Russi, francesi, inglesi, irlandesi, americani, sudamericani, perfino qualche cinese e giapponese, ma mai italiani, se non i classici, gli antichi, che già allora con l’Italia e gli italiani avevo un rapporto conflittuale.
Ricordo che un bel giorno mi imposi di leggere un autore italiano, perché capivo l’errore di rifiutarli a priori. Andai in biblioteca e non so come non so perché, forse ne avevo sentito il nome, scelsi proprio un libriccino piccolo di Paola Capriolo (non ricordo più quale fosse, sicuramente uno dei primi). Feci un po’ come il mio amico Giulio della curva a banana di cui ho raccontato a proposito di Pulp Roma di Tommaso Pincio: “Mah, proviamo con questo libriccino…”, senza troppo farci caso a dove stavo andando a finire.

E anche io mi sfracellai in pieno a mezzo della curva a banana; faccia, naso, bocca, testa, tutto spiaccicato contro il guard-rail.
Risultato: per i successivi 5 o forse 8 anni, non ho più toccato un libro di un autore italiano, un muro di ostilità inespugnabile, feroce, del tutto illogica.
Poi sono lentamente riemerso con i classici, ricordo ancora il tomo infernale de La scienza nuova di Giambattista Vico che mi trascinavo tra sale di lettura senza capirci quasi nulla, e soprattutto il mio eroe, il libro che ha schiantato il blocco psicologico: Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, un altro dei sublimi dell’empireo.

Questo è quanto. Niente ovviamente è colpa della Sig.ra Capriolo, ma solo colpa mia e di una dose di malasorte.

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Questa voce è stata pubblicata il 29 settembre 2012 da in Autori, Editori, Einaudi, Musil, Robert con tag , , , .

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