2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Il grande fiume Po – Guido Conti

IL GRANDE FIUME PO
Guido Conti
Mondadori 2012

Bello questo libro, un libro da abbracciare.
È appena stato pubblicato; avevo letto qualche frammento non so più dove e lo aspettavo, forse perché è un libro di fiume e a me, che i fiumi sono estranei, i libri di fiume affascinano (e non solo quando leggo il divino, Mark Twain, con le storie di Huck o di Vita sul Mississippi, ma anche Mississippi di Mario Maffi, uscito qualche anno fa non è niente male); oppure forse perché è un libro sulle nostre radici, il Po, la pianura, l’Italia e io, che non sono mai veramente riuscito ad amare le mie radici, rimango incantato a sentire i cantastorie e i girovaghi dei ricordi.

Lo sapevo che mi sarebbe piaciuto, ne ero sicuro, e così è stato. Mi sono perso dentro Il grande fiume Po, seguendo Guido Conti che lo ripercorre da flâneur, come egli stesso si definisce, il gentiluomo che va in giro per il piacere di starsene in giro e godere degli incontri inaspettati che il gironzolare può regalare.
Ma non è solo un libro di viaggio, dal Monviso alla foce, il resoconto di un percorso, fisico e spirituale; no, non è solo questo.
È un libro di memoria e di nostalgia e di radici.
È il libro del grande fiume Po.

Guido Conti racconta del suo viaggio a volo d’ape, di qua e di là, deviando e ritornando, un po’ più a Nord, poi un po’ a Sud, curvando per ripercorrere i propri passi, allungandosi un tratto, sempre con il Po come via maestra.
Ma anche scrive in modo girovago, saltando nel tempo e nello spazio, di storie e di miti, di persone reali e di esseri leggendari; e così facendo raccoglie memorie, lontanissime e recenti, dimenticate, stravaganti, incredibili e comiche; poi condensa tutto, anzi è il Po in realtà a farlo, è la memoria del fiume a condensare tutte le memorie raccolte, fantastiche, crudeli, commoventi in una grande e dolcissima nostalgia.

È un Po molto diverso da quello di Verso la foce raccontato da Gianni Celati, che lo percorse avvolto dalle ossessioni della bruttezza delle deturpazioni.
Guido Conti se le lascia dietro le spalle le sconcezze, le affida alle parole di quello spirito accidioso e profetico di Guido Ceronetti, ma il suo è un viaggio diverso, romantico forse, inseguendo le tracce e gli echi della storia del Po, delle persone e di sè cantastorie.

Il libro si apre con due squarci antitetici: orrore macabro e meravigliosa bellezza, entrambi immersi nelle acque del Po.
Il 20 aprile del 1945, quando gli Alleati sfondarono la linea del fronte a Bologna e ad Alfonsine, per l’esercito tedesco in rotta, la riva destra del Po risultò un ostacolo mortale. I ponti erano stati distrutti e il Po era gonfio di acqua. Usarono qualunque mezzo potesse costituire un appiglio per il guado; spogliarono le case di porte, finestre, travi, tavole, qualunque cosa galleggiasse; abbatterono pioppi oppure si avventurarono a nuoto.
Il Po, però, per quanto spesso a molti di noi inesperti cittadini sia sempre apparso come un fiume ottusamente placido, è invece notoriamente infido e pericoloso. Lo si sa fin dai tempi di Esiodo, che lo definì “l’Eridano dai vortici profondi“. Eridano è l’antico nome del Po.
Morirono a migliaia in quella fuga precipitosa.

L’uomo aveva scelto di scendere più in basso, dove il fiume curvava in un’ansa appartata. Girava per nascondersi meglio a ridosso della riva, guardando attentamente la superficie dell’acqua che portava a valle quello che lui cercava. Non era difficile individuare ciò che il fiume restituiva. Ci voleva solo un po’ di pazienza, remando piano nel pioppeto che faceva da trappola alla corrente.

È la storia dello sciacallo che depredava i cadaveri gonfi che la corrente trascinava, indifferente ai festeggiamenti per la Liberazione e a rischio di venire scorto da una delle pattuglie americane che avevano ordine di sparare a vista agli sciacalli.
Ma è anche una storia del Po sulle cui rive si sono arenati molti cadaveri e una storia di pioppeti che si fonde con la storia del mito e delle origini: la tragedia di Fetonte e delle Eliadi.

Fetonte, con le fiamme che gli divorano i capelli di fuoco,
precipita vorticosamente su se stesso e lascia nell’aria
una lunga scia, come a volte una stella che sembra
cadere, anche se in verità non cade, dal cielo sereno.
Lontano dalla patria, in un’altra parte del mondo,
l’accoglie l’immenso Eridano, che gli deterge il viso fumante.

È un mito celebre e meraviglioso, lo racconta Ovidio nelle Metamorfosi, secondo il quale le gocce d’ambra sono le lacrime che piansero le Eliadi, trasformate in pioppi per la disperazione, alla morte di Fetonte, loro fratello, precipitato dal carro di fuoco sulle rive dell’Eridano.

Così inizia il viaggio, tra mito e storia, di Guido Conti mentre sale verso la sorgente, a Pian del Re, all’ombra di quella montagna leggendaria che è il Monviso. Là il Po sgorga, si apre un varco tra sassi e prati, poi si interra, per risalire alla luce più a valle.
Da qui parte il viaggio di Guido Conti che prosegue lungo tutti i 700 chilometri del Po, raccontando storie raccolte o rubate, ricordando avvenimenti celebri, battaglie, scontri, invasioni, mescolanze di genti diverse che da sempre si sono fermate lungo le rive del grande fiume, raccontando dei gusti e della cucina, scovando nei mille anfratti della grande piana luoghi ignoti a quasi tutti che recano memorie grandi e piccole, preziose per raccontare l’anima del fiume.

Prendete un chilo e mezzo di rane pulite, novanta grammi di burro, una cipolla bianca, un limone, mezzo chilo di farina bianca tipo “00”, un ciuffetto di prezzemolo, vino bianco secco, sale e pepe. Fate il brodo mettendo in acqua le rane private delle cosce e portando lentamente a bollore.
In una padella sciogliete settantacinque grammi di burro e fatevi rosolare le cosce delle rane insieme alla cipolla tritata: salate, sfumate con un bicchiere di vino bianco, quindi unite la farina precedentemente sciolta in un poco di acqua calda. Rigirate le cosce nella farina, aggiungete il prezzemolo tritato e un poco di brodo delle rane. Continuate dolcemente la cottura per dieci minuti e, infine, aggiungete il restante burro, il succo di limone e un pizzico di pepe.

Guido Conti segue il Po e le sue storie, ma segue anche un altro filo d’Arianna: quello dell’arte che da sempre è sbocciata rigogliosa nelle terre della Bassa, nebbiose, malinconicamente piatte ma segnate dalla presenza di quegli argini così imponenti, costruiti per cercare di contenere la forza della bestia d’acqua che quando s’ingrossa muggisce, si dimena, diventa color dell’inferno e ha la forza per tutto distruggere, tanto che le rotte degli argini del Po sono rimaste scolpite nella memoria della Storia per le conseguenze apocalittiche che ebbero, come quella di Sermide del Cinquecento, che cambiò il corso del fiume e il volto di tutta la pianura fino alla foce, o quella più recente del Polesine.

Allo stesso modo sono rimaste scritte nella Storia le lotte degli uomini per strappare la terra al fiume, a mani nude, con le pale, le carriole, piegati dalla fatica e dalla malaria, per secoli, e per secoli il Po quelle terre se le è riprese, come una belva affamata. L’epica delle bonifiche del Po è memoria ancora viva per molti che abitano nelle zone bonificate; non sono passati poi così tanti anni da quando vidi le maestre di una scuola elementare di Poggio Renatico insegnare ai bambini la canzone degli scariolanti.
Guido Conti non la cita, peccato, lo faccio io perché è bellissima.

A mezzanotte in punto 
si sente un gran rumor: 
sono gli scariolanti
– oilì, oilà –
che vengono al lavor.
Volta e rivolta 
e torna a rivoltar; 
noi siam gli scariolanti 
che vanno a lavorar.
A mezzanotte in punto
si sente una tromba a sonar: 
sono gli scariolanti
– oilì, oilà –
che vanno a lavorar.
Volta e rivolta 
e torna a rivoltar; 
noi siam gli scariolanti 
che vanno a lavorar.
Gli scariolanti belli 

son tutti ingannator, 
che j’ha ingannà la bionda 
– oilì, oilà –
per un bacin d’amor.

L’arte e le sue persone, famose o dimenticate, grandi o piccine, innervano tutto il libro. Giovannino Guareschi e Cesare Zavattini sono gli eroi di Guido Conti, uomini della Bassa e geni assoluti, ma decine di altri personaggi vengono ricordati. Dai torinesi celebri, Emilio Salgari che vagava disperato per il Valentino, e poi Cesare Pavese, Italo Calvino, Mario Soldati, vati della letteratura dell’Italia moderna, tutti profondamente intrisi delle brume del fiume.
Ma è scendendo a valle, da Piacenza fino alla foce che Guido Conti apre un palcoscenico meraviglioso sul quale passano pittori, poeti, scrittori, musicisti, artisti, letterati, ogni paese ha il suo, a volte personaggi mai sentiti vissuti tutta la vita in un borgo piccolo, altri famosissimi, come l’Ariosto, il Tasso, Giuseppe Verdi, Ligabue (nota superflua: il pittore), tutti figli di quelle nebbie spesse, di quel grande fiume scorbutico e di quella terra di campi, rive, tradizioni, con una vena di follia irriverente che percorre tutta la Via Emilia zampettando sugli argini del Po.
È una storia dell’arte e della cultura italiana quella che si ripercorre, sempre a volo d’ape, saltando avanti e indietro nei secoli a ogni cambio di paese o a ogni attraversamento del Po.

Talvolta si inciampa in bizzarrie comiche e misteriose andando lungo il Po insieme a Guido Conti, come l’antico e arcano lago Gerundo, più palude che lago, a dire il vero, tra il cremonese e il lodigiano, con la leggenda del drago Tarantasio, che mai si è capito che bestia in realtà fosse, più le altre stranezze di cui la zona pullula, come gli ossi di mammut conservati in alcune chiese, fino al coccodrillo del Nilo appeso nella chiesa della Beata Vergine delle Grazie poco fuori Mantova, anch’esso ammantato di leggende epiche di incontri tra pescatori e coccodrilli sulle rive del Po, ma, più probabilmente, fatto arrivare dai Gonzaga per i loro parchi esotici.
Riporta fatti curiosi, dimenticati ma che aprono il cuore, come questo, favoloso:

Vittorio Di Nunno e Giacomo Enrichetti partirono da Casalmaggiore nell’agosto del 1958, con una zattera fatta di bidoni di petrolio e legname alla volta di Venezia. Un’idea da folli. Avevano appena diciassette anni. […]
Al loro ingresso a Venezia, supportati dall’entusiasmo dei gondolieri, i due ragazzi passarono il Canal Grande tra applausi e fischi. Attraccarono con la zattera sotto il ponte dei Sospiri e lì dormirono. […]
Un’impresa unica: pare che avessero letto Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain.

E ancora le battaglie e gli eserciti, la discesa dei Lanzichenecchi, le ostilità tra Cremona e Mantova, poi ancora i Veneziani che dilagarono fino alle porte di Milano e a sud fino alle mura di Ferrara, per poi subire un’epica sconfitta, un altro dei bagni di sangue che arrossarono le acque del Po, dalla coalizione con a capo gli estensi.

Storia antica e storia moderna, cultura alta e bassa, tradizioni, ricette di cucina, leggende, poesia, memoria e nostalgia, questo è il respiro del libro che Guido Conti rende con uno sguardo incantato, con toni elegiaci, a volte evocando la grazia divina per aver baciato questa terra fatata. È un canto d’amore il suo, con le parole e i toni dell’innamorato, sognatore e romantico.

Fino alla foce, luogo onirico e di miraggi, di silenzi, solitudine, fine di tutto. Alla foce del Po gli antichi pensavano ci fosse l’inferno, in realtà la foce di un fiume non è la fine di un viaggio, la fine di una storia, è niente, la foce di un fiume come il Po, che si sventaglia in bracci e canali mutevoli per mescolarsi al mare è un nulla, lo stesso sentimento di annullamento che in tanti hanno descritto da quel luogo di acqua mista a terra.
Anche Guido Conti si fa catturare dall’estasi quasi delirante della foce del Po, dal senso di straniamento che provoca quel vuoto, quel paesaggio che si mescola e si confonde, da quello stormire di fronde nell’aria salmastra e quella luce sporca che viene dal cielo, dal mare e dalla terra.

E anche la foce del Po è terra di artisti e di follie irriverenti, come la storia, dolcissima e tragica, di Taiadela, Dario Mantovani, geniale comico, giullare, battutista, contafavole che divenne una celebrità negli anni Quaranta e Cinquanta con i suoi spettacoli girovaghi per piazze, sagre e feste paesane.
O anche la storia dell’incredibile Tamisiana Repubblica di Bosgattia, fondata dal Professor Luigi Salvini, docente di lingue slave, sulla sabbia tra il Po di Venezia e il Po di Goro, repubblica nata appena dopo la guerra e prima del referendum del 1946 che istituì la Repubblica Italiana. Durò fino al 1957, fu probabilmente l’unica repubblica al mondo la cui capitale e unico centro abitato, Bosgattia, era un campeggio. Chi entrava in qualità di visitatore o ospite poteva alloggiare in due grandi tende, una chiamata “Caravanserraglio degli Ospiti” e l’altra “Casa dello sbafatore di turno”. Sembra uno scherzo di un gruppo di goliardi, ma non lo fu. Aveva passaporti, una banca ed emise francobolli. La moneta vigente si chiamava Çievaloro, pare che fu lo stesso Professor Salvini a disegnarne la grafica, incluso il motto, spettacolare: “libera, indipendente, periodica, transitoria, analfabeta”. Il “periodica” perché la Repubblica di Bosgattia era in essere solo da giugno a settembre di ogni anno; l'”analfabeta” perché era vietato introdurre libri. Il resto perché lo era, libera, indipendente e transitoria.
Piatto tipico: pescegatto, in umido o fritto.

Come si fa a non aver nostalgia di follie meravigliose come questa e a non sorridere pensando “Quanto mi piacerebbe essere stato come loro”?

Il libro si chiude col mare della poesia di Tonino Guerra, un mare che è solo il rumore della risacca e un muro di nebbia lattiginosa che i due vecchi sposi, Rico e la Zaira, vorrebbero vedere per la prima volta, sentendo la fine vicina.
Il nulla alla fine del grande fiume Po.

Il carrettiere li ha invitati sul barroccio
per portarli fino alla marina. Era l’ultimo
carrettiere del fiume e lui voleva bene solo al suo cavallo.
Dove la corrente faceva le pozze d’acqua più grandi
era pieno di gabbiani che venivano su dal mare
coi pesci morti per i veleni d’ogni specie.
Il carrettiere li ha scaricati a terra quando ormai erano a due passi dall’acqua,
ma c’era una nebbia che copriva tutto,
un polverone d’aria sporca che pareva una tela di sacco
davanti agli occhi di Rico e la Zaira
vagavano in avanti per avvicinarsi al mare
che ronzava negli orecchi
come se ci fosse una nuvola di vespe.
Ma poi si sono persi dentro la nebbia e, urla e chiama,
non si ritrovavano più e intanto erano già dentro all’acqua
fino alle caviglie. Dagli e dagli
con le mani che frullavano davanti alla faccia,
si sono toccati per caso e allora si sono abbracciati
come due che si ritrovano dopo vent’anni d’America.
Piano piano sono arrivati a mettersi a sedere
sulla sabbia asciutta e stavano con gli occhi
a guardare dentro la nebbia dove faceva più chiaro,
e Rico le diceva di avere pazienza
ché da un momento all’altro arriva il mare.

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7 commenti su “Il grande fiume Po – Guido Conti

  1. Luigi Griva , Torino
    12 ottobre 2016

    Per vivere meglio il libro ( che non ha illustrazioni ) segnalo l’Atlante delle Antiche Barche e Battelli del Po , di Marco Bonino ( testi ) e Loreno Confortini ( disegni a colori e spaccati a china ),
    Luigi Griva , Torino

    • 2000battute
      12 ottobre 2016

      Grazie della segnalazione. La letteratura fluviale merita un posto tutto suo.

  2. Maurizio Mancini
    3 ottobre 2015

    dopo Danubio di Magris il Po di Conti …. a quando l’Arno????

  3. Luigi Griva
    1 dicembre 2013

    Ognuno di noi si scegli un “Breviario laico”, da leggere a brani ogni tanto, quando
    siamo nello spirito . Da tenere sul comodino quando si fantastica con la mente .
    Io ho scelto “Il grande fiume “. E’ una miniera di ispirazioni, di documenti, di argomenti da sviluppare . Secondo me ci starebbe una Community degli Amici del Po. Anni fa c’era una rivista, Padania ( niente a che fare con la Lega ) che trattava
    di di acque, di storia, di territorio,di parole, di barche .
    Che ne dici, Guido ?
    Luigi di Torino

    • 2000battute
      1 dicembre 2013

      Io penso che le storie di fiume, così come le persone di fiume e anche i lettori di storie di fiume vivano tutti in un mondo particolare, stretto tra due muri ma con una meravigliosa via di fuga sempre davanti a loro e per questo, spesso, sembrino agli altri un po’ strambi.
      Anche a me “Il grande fiume Po” continua a tornare in mente con tutta la folla di tipi strambi che lo popola.
      ciao
      m

  4. roberto
    23 gennaio 2013

    bellissima recensione di un altrettanto bellissimo libro. Io sono nato tra il Tanaro e la Bormida, sono un uomo di fiume non di pianura, ho provato, leggendo il libro emozioni di ragazzo, a 63 compiuti. bravi tutti e due, Roberto

    • 2000battute
      24 gennaio 2013

      Grazie Roberto, da uomo di fiume a uomo di città, mi hai fatto veramente un grande complimento. Sono felice che ti sia piaciuto il libro e anche il mio commento.

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Questa voce è stata pubblicata il 22 settembre 2012 da in Autori, Conti, Guido, Editori, Mondadori con tag , , , , .

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