2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank – Nathan Englander

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI ANNE FRANK
Nathan Englander
Traduzione di S. Pareschi

Einaudi 2012

Annunciato da grandi recensioni della buona società letteraria americana (questa del New York Times, ad esempio, poi sul New Yorker, e anche qualcuna più caustica come questa della London Review of Books, che è quella che io preferisco) e una salva di complimentazioni da questo o quel nome famoso, è arrivato questa settimana anche sulle nostre sponde questo Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank, di Nathan Englander, e pure io sono caduto vittima della curiosità.

L’autore è ospite del Festival della Letteratura di Mantova e gli inserti culturali dei nostri giornali non hanno mancato di uscire con lanci stroboscopici.
Sia come sia, interessano poco i lanci promozionali, salvo che io mi domando sempre se sia proprio una così grande idea quella degli strateghi del mercato editoriale di squinternarsi in questi spot pubblicitari nei quali tutto diventa un capolavoro e un’opera eterna, così come c’era una volta qualcuno che diceva che comprando una sorta di utilitaria fintamente lussuosa si conquistava il giusto diritto al lusso come una qualsiasi diva da colonna destra di Repubblica.
Con i libri, secondo me, fanno lo stesso che con i detersivi che dovrebbero resuscitare i colori smorti e poi si stupiscono se scatta il rinculo della delusione. C’è ancora qualche differenza tra un libro e un detersivo, mi sembra. Sia come sia un’altra volta, sono fatti loro.

A parer mio, il libro non è un’opera memorabile, ma un normale buon libro e l’autore, Englander, è un buon scrittore, a tratti un molto buon scrittore, anche se non ne sono completamente convinto.
Ma il punto è che non ci sarebbe niente di male a essere solo un buon libro invece di un capolavoro micidiale, se non fosse per questa ossessione mercantilistica dilagante per quell’ossimoro che è il capolavoro di stagione o l’utilitaria fuoriserie o l’esclusività che hanno tutti.
Ok, ci do un taglio.

La lettura è piacevole e scorre via agile come una pallina da flipper, spesso si ascolta chiaro il ritmo agile di molta letteratura americana ispirata o immersa nelle sceneggiature cinematografiche o negli script delle serie televisive.
Intendiamoci, non è una critica, è solo un’osservazione di stile, sono state scritte grandi opere ,così come mediocrità, in quel modo.
Englander talvolta si destreggia bene, altre sembra invece intonarsi al coro, ricalcando una convenzione per essere parte di un modo in voga di usare le parole, più che un modo personale di raccontare storie.

Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank è quindi un libro a luci e ombre, sia nella natura che nella costruzione. Un libro che merita elogi e critiche; per le dosi, come usano dire le ricette, “q.b.” e che ognuno si regoli a suo gusto.

Sono racconti, otto racconti, una ventina di pagine l’uno, suppergiù, molto ebraico-centrici, quasi tutti, con le idiosincrasie, le manie, i rituali, le ottusità fanatiche e le maestosità della tradizione, la sapienza e l’ignoranza, l’onore e la cialtroneria, i piccoli personaggi striscianti come lombrichetti, i buoni d’animo, insomma, in otto racconti c’è tutto un caleidoscopio di sfaccettature che Englander tratta con la gentilezza dell’apostata sfrontato ma gentile e ben educato.

Per chi non si sia mai avventurato nella letteratura ebraica (salvo che per sue ragioni personali conosca gli usi ebraici tradizionali), le strampalerie degli ebrei ortodossi suoneranno bizzarramente comiche, tutti presi in quelle continue e ossessionanti pratiche rituali che regolano ogni battito di ciglia nel solco della tradizione degli avi e delle Scritture.
Chi ha già letto qualcosa — ad esempio, qui io ho commentato I fratelli Ashkenazi di Israel J. Singer e  Jossel Wassermann torna a casa di Edgar Hilsenrath — ritroverà di nuovo messe in scena, questa volta in tempi recenti e trasposte in un sobborgo di Miami o in una moderna città israeliana, le pratiche degli ebrei degli shtetl dell’Europa Orientale, che già Singer e Hilsenrath stessi descrivevano con una buona dose di autoironia.
Oltre a queste figure, spesso caricaturali, come Englander da buon ebreo ingentilito le presenta in diversi racconti, l’altro tratto tipico dell’ebraicità, soprattutto americana, descritta da molti scrittori oltreché mostrataci tante volte dal vecchio Woody Allen, è la discendenza spirituale, immanente e incombente dalla Shoah, l’Olocausto, quello è ciò che lega sempre, almeno nel modo tipico di rappresentazione, i detti e i non-detti di ogni storia ebraico-centrica. E anche su questo Englander esercita la sua apostasia, laica in questo caso, ironizzando, a volte con quel modo però che si ha di sogghignare quando in realtà si sta facendo un discorso serio e accusatorio ridendoci sopra, disassemblandone i piani e ingarblugliandone la logica narrativa.

Non è particolarmente originale tutto questo; un po’ come fare del sarcasmo sui vizi italiani; mille e mille volte è stato fatto, ma per chi lo sa fare con abilità è un soggetto sempre promettente.

C’è un ulteriore livello di lettura, oltre al sarcasmo dissacrante per certe costipazioni dei costumi ebraici: una presa di posizione politica di Englander verso le questioni volutamente irrisolte di Israele e l’atteggiamento ondivago della potente comunità ebraica americana.
Insomma, Englander mescola i piani e tutto questo rimestare di ingredienti in soli otto racconti non produce un’amalgama sempre fluida.

Il primo racconto è quello che contiene anche la battuta che dà il nome al libro.

— È il gioco di Anne Frank, — dice Shoshana. — Giusto?
Vedendo che mia moglie è molto turbata, faccio del mio meglio per difenderla. — No, non è un gioco, — dico. — È solo di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank.
— Come si gioca a questo non-gioco? — dice Mark. — Cosa dobbiamo fare?
— È il gioco del Gentile Giusto, — dice Shoshana.
— Altrimenti detto «Chi mi nasconderà?», — aggiungo.
— Nell’eventualità di un secondo Olocausto, — dice Deb in tono esitante, arrendendosi. — È una seria esplorazione, un esperimento di pensiero.
— Un gioco, — dice Shoshana.
— A volte ci chiediamo quali dei nostri amici cristiani ci nasconderebbero, nel caso di un Olocausto americano.

(piccolo inciso: qualcuno, in Italia, ha commentato questo libro accostandolo a Prove per un incendio di Shalom Auslander, che non ho letto, affermando che: “Gli autori sono entrambi classe 1970, contemporaneamente fulminati da Anna Frank”, italianizzando Anne in Anna chissà perché, neanche fossimo ancora a certi tempi, e facendo comparire un esilarante “Anna Frankè” nel titolo dell’articolo. Ora, refusi e italianizzazioni a parte, considerando che nel libro di Englander, Anne Frank viene citata esclusivamente nel brano che vi ho appena riportato e, evidentemente, in maniera quasi casuale, uno poi a leggere che l’autore è stato “fulminato da Anna Frank” si fa delle domande su come vengano scritte certe recensioni.)

Due coppie ebree, le mogli amiche d’infanzia. Una la coppia della buona borghesia americana: ampia casa con piscina, figlio trasandato, moderni, bravi ebrei quel tanto che basta; l’altra emigrata in Israele, chassidici, dieci figlie, barbona profetica e cappellaccio lui, parrucca bionda (la tradizione, se la memoria non mi tradisce, vuole che la moglie si rasi i capelli e indossi una parrucca, perché i capelli non siano più oggetto di seduzione) e corpo pesante lei.
È il gioco degli opposti che ballano insieme.

Questo primo racconto ha dato lo spunto a molti per affiancare Englander a Raymond Carver; qualcuno, la recensione della London Review of Book, si spinge un po’ oltre dicendo che l’affiancamento, forse, è stato in realtà un po’ una pesca a strascico, ma io non avendo letto Carver non ho un’opinione in merito.
Nonostante gli elogi che sono stati spesi, a me è invece apparso uno dei più deboli; carino, simpatico ma debole e con un’eco di già sentito.

Pur non avendo Carver come riferimento, ho però il film Carnage di Roman Polanski, che non a caso è tratto da una pièce teatrale, di Yasmina Reza. Una stanza, due coppie e i fili che si tendono e si spezzano tra di loro, la cordialità affettata, simpatie e antipatie, sfoghi, ubriacature e ruoli che poco a poco ruotano. Per chi l’ha visto, immagini di cambiare i personaggi, dagli opposti della middle class liberal-conservatrice agli opposti della middle class ebrea, moderni-ortodossi e avrà un’idea fedele del racconto.

Più in generale, come accennato in precedenza, quello che ho avvertito nei primi racconti è un’evidente costruzione scenica e stilistica: le storie si presentano come la caratteristica sit-com americana, tutta imperniata sulle battute incalzanti e l’ironia a tratti surreale. Il ritmo è televisivo e la tensione che viene messa in scena man mano che il rapporto tra i personaggi evolve, fa ruotare progressivamente la prospettiva e i ruoli.
Questo è uno stratagemma che Englander usa spesso: definire i ruoli in modo marcato, anche caricaturale, poi un poco alla volta sovvertirli fino a ribaltarli inducendo così un effetto di spaesamento e di sorpresa. Tecnica classica, che Englander adopera con abilità.

Englander usa un altro stratagemma, invece meno apprezzabile, a mio modo di vedere: il finale smorzato, strozzato. Lo ripete, è una scelta precisa.
Così come è una scelta precisa lo stile che muta nella successione dei racconti. I primi hanno toni grotteschi e ritmi cinematografici; progressivamente smorza il grottesco e nei racconti centrali fa salire un senso tragico di angoscia latente e talvolta incontrollabile nei personaggi; infine, negli ultimi, si scioglie in tragedia remota, il senso del passato che accompagna il sopravvissuto. E anche lo stile segue l’evoluzione del tono, i dialoghi in forma di battute pronte per essere recitate su un set si ammorbidiscono lasciando entrare le descrizioni, la narrazione e un po’ di autocoscienza.
Lo sguardo di Englander, da sarcastico e irriverente diventa riflessivo, fino ad assottigliarsi, gravato da un peso da cui la storia ebraica non può in ogni caso prescindere.

Facendo una rapida carrellata, dopo quel primo racconto da sit-com, incontriamo la storia di due colone in Samaria, una brava donna e una che diverrà una vecchiaccia mefistofelica, con contorno di tribunale rabbinico che borbottando di legge divina finisce per assecondare la malvagità della vecchia.
Poi torniamo in città, in mezzo ai ragazzini alle prese con l’Antisemita, il bullo di quartiere. Una sorta di educazione alla vita agra che finisce a botte. Racconto debole.
Come debole anche il successivo, un porno soft onirico con l’ebreo che ha abbandonato la religione, ha sposato una cristiana e si infila in un peep-show nel quale la sua coscienza irrisolta gli si ritorce contro attraverso le finestrelle che si aprono e si chiudono.

Il racconto secondo me più bello arriva a metà libro e si intitola Tutto quello che so della mia famiglia dalla parte di mia madre, ed è anche quello nel quale Englander abbandona il passo da plot cinematografico. Il personaggio si chiama Nathan e il riferimento a se stesso l’autore lo fa in modo esplicito.
Va per punti, un’elencazione catalogatrice che ammicca al lettore svelando qualcosa, o così sembra volergli far credere.

6. Questa, in forma molto abbreviata, è più o meno la conclusione che i due — cioè, io e lei — raggiungono in mezzo a Canal Street, quando io, senza più sapere che pesci pigliare, le dico con fervore: — Ma cosa fai se sei americano e non hai nessuna storia famigliare, se i tuoi più vivi ricordi d’infanzia sono le trame delle sit-com, se perfino i tuoi sogni, quando li ricolleghi, risultano essere frammenti di film che ti entravano nelle orecchie mentre dormivi?
— Allora, — dice la ragazza, — quelle sono le storie che racconterai.

Ecco qui, Englander confessa come ha voluto che fosse questo libro. E, così in effetti, è, sit-com, frammenti di sogni e di film.
Da questo che è uno dei primi punti elencati nel racconto, si scende in un gorgo di frammenti di storia personale, forse autobiografica forse no, ma è il dubbio che conta, i quali vengono rivelati come estratti da un’urna e messi insieme a poco a poco ricostruiscono un passato, una storia famigliare, molto diversa da quella scarna sit-com di partenza.

40. Volete sapere cosa ho provato? Volete sapere se ho pianto? Nella mia famiglia non ci raccontiamo queste cose, anzi, ci raccontiamo ben poco. Mi sono già spinto troppo in là. E aggiungete il fatto che sono un uomo; combinate la solita riservatezza e chiusura della mia famiglia con l’appartenenza al genere maschile. Il risultato è un altro tipo di reticenza, un’altra forma di distanza emotiva, tanto che la mia bosniaca non riusciva mai a capire cosa provassi veramente.

Con questo racconto Englander compie la prima svolta, iniziano i pensieri angosciosi, la riflessione e la voce interiore.
Nel successivo torniamo a dei vecchi, mezzi dementi, ospiti di un campo estivo, una sorta di colonia mista di bambini e vecchi, tutti ebrei, una scena tipicamente americana.
L’angoscia aumenta ed è l’ombra densa dell’Olocausto questa volta che torna ossessiva e prende corpo e forma, agita i pensieri e muove una mano omicida.

Se noi due siamo simili, se siamo legati da un vincolo di storia e di sangue, allora, il mio incubo è anche il tuo incubo, la mia giustizia è anche la tua giustizia e la mia vendetta e anche la tua vendetta.
Giusto? Sbagliato? Bene? Male?
Giusto Sbagliato Bene Male… Giusto Sbagliato Bene Male… Giusto Sbagliato Bene Male… Giusto Sbagliato Bene Male… Giusto Sbagliato Bene Male…
Come decidere?
Questo pare voler dire l’autore.

Prosegue Englander, svolta ancora, l’ultima, dopo il sarcasmo, l’angoscia, infine la condizione di sopravvissuto, quella che coglie chi ha tutto alle spalle e nulla difronte.
Il primo di questi ultimi due racconti parla di Autore e di Lettore, i quali si inseguono, si cercano, si amano e si odiano, finché il sopravvissuto, Autore si infrange e confessa.

— Scrivo […] per emozionare la gente, così come io mi emoziono leggendo.
[…] Legge per Seattle, che è sempre stata la sua città. Legge per l’addetto agli acquisti, che ha sempre creduto in lui. Legge ancora una volta per quel vecchio. Sorride al suo lettore, e continua a leggere attraverso le lacrime. Autore continua a leggere. E continua a leggere.

Sembra cercare un senso nella fine con i due racconti conclusivi, tormentando i personaggi e scivolando talvolta nel sentimentale. Immagina un perpetuarsi che non cessi tenendo viva un’ultima fiammella di speranza, sempre.
È il senso della testimonianza, il senso del racconto, sembra dirci, la ragione che deve mantenere viva la voce fintanto che esiste anche un solo individuo che desideri ascoltare, anche quando tutti gli altri, che una volta si accalcavano, ormai si sono fatti indifferenti, distratti dal futile e l’effimero.

Ed è in questo finale che Englander cerca di affilare la sua critica all’attualità e alla politica. In quest’ottica, anche la vicenda dell’Autore e del Lettore può essere interpretata come un’accusa al disinteresse che probabilmente ha investito ampi strati della comunità ebraica per l’attualità ancora tragica del conflitto israelo-palestinese, il ruolo d’Israele e quello degli ebrei americani nell’arrivare a una soluzione che ponga fine allo scontro.

L’ultimo racconto è ancora più esplicito da questo punto di vista.
Ritorna all’Olocausto con la storia di un sopravvissuto ai campi di sterminio. Era solo un ragazzino al tempo, è diventato un adulto stimato, una persona per bene, un professore. Ma è morto, dice la voce del personaggio che ci guida, morì allora, quando sopravvisse nascosto tra i cadaveri finché un giorno poté uscire perchè era finita e allora si incamminò per tornare al suo paese e là divenne un assassino a sangue freddo. Evidente è il riferimento alla politica israeliana in Palestina.

Finisce così il libro, ruotato rispetto l’inizio, con Englander che fa scivolare i ruoli dei personaggi nei racconti e la voce dei racconti nel libro. Lui stesso inizia da apostata irriverente e conclude da oppositore della politica tradizionalmente sostenuta dagli ebrei americani e dal governo di Israele.

Chiudo il commento. Non è un libro memorabile e neppure particolarmente denso di significati, sociali o politici che siano. Mi ha lasciato tutto sommato un retrogusto di conformismo, nonostante o forse proprio per il sarcasmo e la critica sempre ben educate e disinfettate dalla consuetudine.
Insomma, mi è parsa la solita giusta dose di disaccordo che giustifica il perpetrarsi ondivago dello status quo. Uno scrittore che volesse davvero squarciare i problemi insabbiati potrebbe affondare con ben altra virulenza o profondità la spada delle parole, ma in questo modo poi tutti avrebbero detto che è un libro-denuncia e l’avrebbero letto solo in chiave politica invece che letteraria.
Forse era proprio questa la sfortunata eventualità che Englander si è preoccupato di evitare; anche lui nella ricetta ha incontrato un “q.b.” e si è regolato a suo gusto.
Per il resto, come già detto, una lettura piacevole, da riempirci di un paio di sere solitarie o qualche trasferta ferroviaria.

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Questa voce è stata pubblicata il 8 settembre 2012 da in Autori, Editori, Einaudi, Englander, Nathan con tag , , , .

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