2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Lucertola d’autunno – Fiamma Petrovich

LUCERTOLA D’AUTUNNO
Fiamma Petrovich
Autodafé 2010

Devo fare una indispensabile premessa, perchè qui si tratta di un’eccezione: Fiamma Petrovich, l’autrice di Lucertola d’autunno è un’amica sodale di caffè al baretto.
Quindi fate voi la tara a questo commento o, in ogni caso, decidete come prenderlo.

In realtà si tratta di una duplice eccezione, perchè io mica volevo leggerlo e tanto meno commentarlo per evitare possibili imbarazzi nello scegliere tra un’eventuale stroncatura a carne viva e il silenzio al limite dell’amnesia patologica.
Per questo io non avevo mai chiesto e lei, che evidentemente aveva capito, non aveva mai proposto.
Tant’è che, e qui svelo tutto il retroscena, lei non sa che l’ho letto e neppure che apparirà il commento. Donna ignara di losche manovre alle sue spalle, delle quali io però mi discolpo e giro tutta la responsabilità sulla signora Bianca.

Ora manca solo di dirvi chi è la signora Bianca poi ho finito con la premessa e la giustificazione dell’eccezione.
Eh… la signora Bianca, drappeggiante e dal passo felpato, è il nume tutelare di quel gruppo, ondivago, più o meno stanziale o migratore stagionale, di peripatetici mezzi naufraghi in cerca di ristoro e aria spiritualmente respirabile che popolano il baretto (io lo chiamo “baretto”, in realtà risponde al nome di Bistrot del Tempo Ritrovato); uno dei pochi posti, l’unico per me, dove rifugiarsi per sopportare l’altrimenti insopportabile e opprimente grigiore mefitico e chiasso modaiolo di Milano.

Essendo la signora Bianca abituata a trattare con peripatetici di ogni genere –  attempati filosofi, editori, giornalisti, enigmisti, azzimate bisbetiche, cani, scrittori di storie e di commenti, rapaci del ratto del giornale, coscelunghe su tacchi spiritati ed epigoni di Joan Baez, studenti in fuga, capelli imparruccati e capelli impetardati, pinguini e sbracati, creativi in cerca d’estro e sudati in cerca d’acqua – non ha faticato molto a convincermi a leggerlo.

“Il libro di Fiamma dovresti leggerlo!”, mi ha detto.
“Per carità no, dopo quello che le ho detto sul Tramp Steamer poi! No… no!”
(Nota: Fiamma Petrovich è la F. del mio commento velenoso a L’ultimo scalo del Tramp Steamer di Álvaro Mutis)
“Ma mica sei obbligato a dirglielo!”, ha insinuato.
“Ah no? Tu dici?” allora ho fatto io.
“Assolutamente no. Guarda, ti do io una copia e tu te lo leggi senza che lei lo sappia.”
Fregato.

E così l’ho letto, con la rete di protezione che, se non mi fosse piaciuto, non avrei detto e scritto niente, acqua in bocca e tutto come prima.
Invece sono qui a scriverne, quindi aveva ragione la signora Bianca.
Mannaggia!

Il libro.
È l’opera d’esordio di Fiamma Petrovich e in alcuni aspetti, secondo me, lascia sfuggire qualche incertezza. Il risultato però è buono, l’ho letto tutto d’un fiato e con gusto. Migliore di sicuro di certe cartacce che hanno avuto molta più attenzione e celebrazioni immeritate.
Ma si sa che così va il mondo dei libri (e forse non solo): c’è l’empireo degli incommensurabilmente meravigliosi, i divini imparagonabili che di solito non sfuggono alla celebrità; poi c’è il livello degli eccellenti per non dire ottimi che corrono qualche rischio, come è stato il caso di quel grande libro che è La morte dell’avversario di Hans Keilson, divenuto famoso quando già centenario; e poi sotto di questi, dai buoni ai pessimi regna il caos dell’imprevedibilità o dell’umana debolezza, tutto succede e se si potesse fare una classifica di merito, di certo molti libri mai dati alle stampe o di scarsissima notorietà finirebbero davanti a molti altri.

Sparo subito le mie critiche e lascio al finale i complimenti.

Era notte quando Annalisa aveva capito il danno.

Inizia così Lucertola d’autunno, attacco convenzionale e con la cintura di sicurezza ben allacciata: frase secca, il nome di uno dei protagonisti ed evocazione a successivi sviluppi.
E in modo simile iniziano molti altri capitoli o cambi di scena, con una frase che sembra un titolo, sembra un po’ un incoraggiamento, più per l’autore che per il lettore, come quando si dice “Fai un bel respiro e buttati”.

Nella forma e nello stile, Fiamma Petrovich si dimostra ordinata, molto ordinata, qualche volta fin troppo ordinata, quasi maniacalmente ordinata, come quelli che infilano le chiavi nel portachiavi in ordine di lunghezza; oppure quelli che ti fanno mettere le pattine quando entri in casa loro per non rovinare il pavimento tirato a cera o anche che comprano gli spazzolini da denti intonati con le piastrelle del bagno.

Sembra che le parole, le frasi, le scelte linguistiche per l’autrice siano le forme e gli oggetti da disporre in ordine nel contesto della trama; la pagina bianca va riempita e va fatto con ordine, con estremo ordine. Non sembra certamente il tipo di scrittore che si avvinghia in un corpo a corpo feroce con la lingua fino a decapitare il drago sputafiamme, ma neppure quello che fa scivolare la penna come una pattinatrice sul ghiaccio, fatata e senza peso sulla lastra insidiosa e neanche quello che con le parole ha un rapporto carnale, di sensi, gemiti e fluidi.

Petrovich ordina e spiega. La voce narrante, onnisciente e pedinatrice, segue i personaggi nascosta nell’ombra e li descrive con tutta l’accuratezza possibile. Talvolta, con più accuratezza di quello che sarebbe stato necessario. Il tavolino è rettangolare, i capelli sono pettinati in una coda seria, la donna pesava diversi chili più di lei etc. ogni scena è minuziosamente descritta da questa voce occhiuta e catalogatrice.

Qualche volta la devozione all’ordine produce disordine per eccesso d’ordine, per cui l’eco diventa affilata, il che durante la lettura ha l’effetto di una radice che spunta dal terreno. Oppure,  quando i protagonisti si trovano lungo il camminamento della metropolitana, usciti dal treno fermo, l’uomo viene detto essere il decimo della fila e la donna dal tacco mozzato che lo precede gli comunica che forse i primi hanno già raggiunto l’uscita. Vero che la scena è ambientata nel buio e col fumo, ma essendo le persone a distanza di braccio, dal primo alla donna ci sono non più di una decina di metri e se “i primi” sono usciti allora non più di pochi metri separano la donna dall’uscita, il che rende la scena possibile ma non del tutto verosimile, almeno a livello di sensazione durante la lettura.

Ecco, sbavature (per me sbavature, s’intende) di questo genere e un passo narrativo talvolta rallentato dal freno a mano tirato li si ritrovano nel testo, credo dovuti più a timore di imprecisione o di disordine che non ad altro.

Il tono di Fiamma Petrovich è gentile, delicato, quasi sussurrato e attraversato da una lieve nota malinconica, come di fiori che stanno sfiorendo, una vacanza che termina o un ricordo che lentamente si fa sempre meno vivido.
E ricordi e sogni sono uno degli ingredienti di tutti i personaggi che come vasi comunicanti si mescolano di reale e di sogni, immagini del vissuto e ricordi, a volte si inverte l’ordine, il sogno e l’immaginario prendono il sopravvento sul reale, i personaggi prorompono in flussi di coscienza, reminiscenze nebbiose o violente.
I personaggi di Petrovich sono esseri instabili le cui dighe tra immaginario e percezione del reale sono porose o segnate da fessure per cui la narrazione a tratti si fa onirica, piacevolmente confusa tra mondi paralleli.

«E così, io e lei, Buto Buto, prima del tramonto dovremmo scendere sotto il Ninfeo, calmare il Super Intreccio e scongiurare l’alluvione?» concluse Silvia Neves nei cui cromosomi c’era la memoria di passaggio tra mondi, di sotto, di mezzo, di sopra. E le era stato insegnato che lo spirito dei rospi, come quello degli uomini, sopravvive alla morte.

La storia però non parla di rospi o di solstizi, ma si svolge lungo il filo conduttore di un incidente occorso nella metropolitana di Roma: due treni si scontrano, una ragazza muore, altri rimangono feriti, molti in stato di shock.

I personaggi di Petrovich, oltre che instabili per avere la diga tra sogno e realtà permeabile, sono anche inermi difronte agli eventi del caso o del fato o del destino, non si sa, subiscono situazioni inspiegabili nel loro simbolismo: si creano legami misteriosi tra eventi e il flusso dei loro pensieri.

Lei ne aveva tanta curiosità, anche per lui: dopo la visione aveva fatto ricerche in internet, per ore, su questo ordine misterioso ed era arrivata a Roma, alla Porta Alchemica. In Piazza Vittorio, a pochi metri dalla Sapienza, dalle aule dove Lorella studiava lingue orientali.
«Dobbiamo andarci!» aveva continuato a ripetergli.
Invece ce l’aveva portato quel cane, al terminare della notte.

Non sono mai personaggi caricaturali o segnati a tratto grosso, ma sempre acquerellati, sfumati, alcuni entrano ed escono dalla storia, come se l’occhio della voce narrante fosse per un poco saltato nella loro ombra per poi lasciari alla loro sorte della quale non sappiamo più nulla; talvolta l’apparizione sembra troppo fugace, come per i giapponesi del racconto. Altri invece il finale li raduna in un tentativo di dialogo, che non riesce a compiersi. Sono personaggi incrostati dalla difficoltà di parlare, parlano con se stessi e con i propri sogni, mentre articolano male i pensieri col prossimo, fino a incontrarsi un attimo, sentirsi attratti per poi rifuggere subito ognuno per la propria strada.

Tutto questo dà la particolare luce del libro, quella rifratta e pulviscolare di un tramonto.
Brava F.

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Un commento su “Lucertola d’autunno – Fiamma Petrovich

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Questa voce è stata pubblicata il 29 agosto 2012 da in Autodafé, Autori, Editori, Petrovich, Fiamma con tag , , .

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