2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

L’ultimo scalo del Tramp Steamer – Álvaro Mutis

L’ULTIMO SCALO DEL TRAMP STEAMER
Álvaro Mutis
Traduzione di G. Bonetta

Adelphi  2010

Tramp Steamer è il nome generico che si dà a una bagnarola di cargo, malmessa e rugginosa, che vaga di porto in porto alla ricerca di un carico occasionale da trasportare.
E proprio un Tramp Steamer è il personaggio guida di questa breve storia d’amore disperata e romantica.
Troppo disperatamente disperata e troppo romanticamente romantica, a mio giudizio.

Sospetto che valga anche per questo L’ultimo scalo del Tramp Steamer quello che io chiamo l’effetto Versione di Barney, dal nome del celeberrimo romanzo di Mordecai Richler che ha fatto il pieno di vendite negli ultimi anni, ma che, da una mia personalissima e parzialissima statistica, ha tendenzialmente appassionato il pubblico delle lettrici e tediato il pubblico dei lettori (me compreso che ricordo di essermi trascinato penosamente per riuscire a finirlo).

Prendendo per buona, ma insomma neanche io ci credo poi del tutto, questa mia bizzarra teoria sulle differenze di genere, credo che qualcosa di simile possa valere anche per questo libro di Mutis, che un’amica, grande lettrice oltrechè scrittrice, ovvero persona di gusti letterari raffinati, mi ha consigliato con tanta passione da arrivare a prestarmelo purchè lo leggessi, coll’imbarazzante risultato che a me, invece, ha inesorabilmente annoiato e pure irritato di tanto in tanto.
Mi sento anche un po’ in colpa a scrivere questo commento in un modo così barbaro, senza neanche provare a smussarlo o infiocchettarlo un poco, ma l’effetto Versione di Barney è potente, intransigente e scava nell’atavico stereotipo dell’incomprensione tra uomini e donne che io comodamente sfrutto per giustificare la sentenza di condanna.

A parte questa farneticante autogiustificazione personale, il libro ha una struttura concentrica: la cornice è la vicenda personale raccontata dalla voce narrante che in modo accidentale, ma con un ripetersi così insistente da evocare un disegno del destino, vede attraversare il suo orizzonte visivo dallo stesso malridotto Tramp Steamer in luoghi remoti – Helsinki, Kingston, Punta Arenas e la foce dell’Orinoco. All’interno di questa cornice si apre il racconto di Jon, il capitano basco che la voce narrante casualmente incontra e che durante un lungo e lento tragitto su delle chiatte fluviali gli svela l’incredibile intreccio che il destino ha architettato.

Jon era il capitano proprio di quel Tramp Steamer e gli incontri della bagnarola con la voce narrante coincisero con momenti catartici della sua disperatamente disperata e romanticamente romantica storia d’amore con Warda, libanese di bellezza suprema e armatrice della nave insieme ai fratelli.

Come potete già immaginare, la disperatamente disperata e romanticamente romantica storia d’amore finisce male, anzi malissimo, anzi finisce come secondo tradizione tragicamente romantica (o sconsolantemente comune, non so, fate voi) di solito finiscono le storie d’amore: il grande amore soccombe, vittima sacrificale delle asprezze della vita e della natura delle persone, lei, Warda, se ne va, la donna sopporta stoicamente il proprio destino meglio dell’uomo, è cosa nota, e lui, Jon, uomo derelitto, è schiantato in eterno dal dolore e dal rimpianto. Ma questo si capisce fin dalle prime tre parole.
Un classico, si direbbe, cantato mille e mile volte, ma che non per questo non deve essere cantato ancora.
Giusto, ma deve essere cantato bene, mentre per me Mutis ha imbastito una strimpellata e una serenata alquanto stonata.

Cerco di spiegarmi, visto che qui si entra in questioni che hanno molto a che fare con i gusti personali e ognuno ha il proprio orecchio e occhio per questo. E come detto anche nel presentare questo blog, io non intendo proporre recensioni da critico letterario custode di verità, che non sono e non ho, ma più semplicemente commenti personali da lettore, che invece sono e mi piace essere.

Allora…
parlando di orecchio e occhio, sfortunatamente per Mutis, io ho il vizio di prendere con malanimo alcune stonature nella prosa, in particolare l’aggettivazione sciatta e le metafore sballate, e quando mi capita non sono molto tollerante, anzi, diciamo pure che divento quasi rognoso.
Ad esempio, la cascata di capelli corvini che sembra miele a me infastidisce, perché d’accordo evocare la morbidezza pastosa del miele e la sua dolcezza, ma il miele è anche, inevitabilmente e indissolubilmente, associato al colore: dorato, biondo, solare, non corvino. Non si può descrivere dei capelli corvini col miele. Vietato!

Poi, a leggere il vino bianco andava giù con intelligente freschezza, a me viene da chiedere “Scusa sai, Mutis, ma in che senso la freschezza sarebbe intelligente?” e la risposta che mi do è “In nessun senso, è una balordaggine bella e buona!” e tu, Mutis (perchè tendo a pensare che non sia stata una trovata della traduttrice) se scrivi intelligente freschezza vuol dire che non sai che cosa stai dicendo e non ti ascolti, e se non ti ascolti tu allora perchè dovrei farlo io?

E ancora, la conturbante Warda è insistentemente definita levantina, levantina di su e levantina di giù, misteriosa e affascinante (a parte il fatto che anche i marinai tunisini sono definiti levantini e a me vien da pensare che Mutis non abbia ben chiaro la geografia del Mediterraneo e quindi quali siano considerate, almeno nel comune sentire, le coste di Levante), mentre il più attempato Jon, suo amante, è insistentemente definito basco e in quanto basco, introverso e sincero, introverso e sincero, introverso e sincero… Santiddio! fosse stato italiano cos’era, pizza e mandolino?

E poi, sempre la levantina Warda a un certo punto viene detta essere una pitonessa.
“Pitonessa”? Ma stiamo scherzando? No, no e no!
Pitonessa è termine ammissibile solo e soltanto, strettamente ed esclusivamente se si sta facendo dell’ironia, in un racconto grottesco, una caricatura sghignazzante. Mai e poi mai, ma neanche sotto tortura la si può usare, sempre secondo il mio personalissimo gusto, per cercare di rendere il conturbamento suscitato da una donna.
Non so se lo sconfortante pitonessa sia più colpa di Mutis o della traduttrice (che in ogni caso avrebbe dovuto evitare il termine, per pietà, se non altro), ma in quel modo anche con la migliore delle immaginazioni (maschili, almeno), l’effetto è quello del bromuro.

Io ho ancora nelle orecchie e sulla pelle le sensazioni favolose di quella pelle di donna che sa di basilico descritta da Jean-Claude Izzo nella Trilogia di Fabio Montale, un’epifania di sapori, di profumi e di brividi che si intrecciano in una delle descrizioni più inebrianti che siano mai state date della bellezza femminile e questo mi dice pitonessa?

Ma non è tutto. Compaiono due donne nella storia, una è Warda, la conturbante levantina, e l’altra una sorta di strappona sudamericana con il bikini più ridotto che il narratore abbia mai visto. Entrambe hanno lunghe gambe, cosce affusolate e sode e seno pieno.
Va bè… “fantasia portami via” si dice dalle mie parti.

Insomma, non proseguo nell’infierire, che ne avrei ancora anche sui personaggi maschili, piagnoni e sdruciti, ma mi fermo e tiro solo un’ultima sciabolata.

Mi rendo conto che la storia che le ho raccontato può apparire semplice e scontata. Se avesse visto Warda anche solo per un istante, se avesse sentito la sua voce, capirebbe che tutto ha un senso molto diverso. Era come un’apparizione inconcepibile, che non si può descrivere a parole, e solo conoscendola riuscirebbe a misurare l’immensa fortuna di essere stato al suo fianco e la tortura inaudita di averla persa.

Sì, in effetti sarebbe stato meglio se l’avessi vista questa Warda oppure che qualcuno capace di descrivere veramente la bellezza eternamente inebriante di una donna avesse scritto questa storia al posto di Álvaro Mutis.

Qui finisce il mio commento evidentemente e dichiaratamente viziato dal malefico effetto Versione di Barney. Non prendetelo per buono, anzi, se a voi la Versione di Barney è piaciuta molto come a tanti, allora vi consiglio di prenderlo tutto al contrario che probabilmente anche L’ultimo scalo del Tramp Steamer vi piacerà e, a ragione, penserete “Ma quello là di 2000battute c’aveva la luna storta quel giorno quando ha scritto quelle cose oppure rognava pensando a una sua Warda che l’ha piantato raccontandogli le stesse balle che ha ascoltato il povero Jon?”

P.S.: F., scusa, mi spiace.

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8 commenti su “L’ultimo scalo del Tramp Steamer – Álvaro Mutis

  1. tiziana
    7 gennaio 2015

    un caro amico me lo ha consigliato…cercavo delle recensioni o dei commenti che dessero manforte al mio sentire e mi sono imbattuta sull’unico commento che avrei scritto io stessa se me lo avessero chiesto..porca paletta….è la prima volta che condivido un pensiero così articolato con qualcuno! grazie
    tiziana m.

    • tiziana
      7 gennaio 2015

      perdono…nell’unico commento che…

    • 2000battute
      8 gennaio 2015

      Mai avrei immaginato che Mutis e il Trump Steamer fosse così controverso.
      Curioso come un librino così possa dividere in modo tanto netto le opinioni.
      Comunque grazie per l’opinione
      m

  2. Raul Bucciarelli
    7 novembre 2014

    L’ha ribloggato su daisuzoku.

  3. F.
    24 agosto 2012

    assai divertita nel leggere questa “recensione” che in parte mi avevi anticipato di fronte al caffè: lo sdegno da lettore sulla base di aspetti formali del testo è l’onore più grande che si può fare a uno scrittore. Non ho letto la versione di Barney, quando te l’ho prestato pensavo soprattutto all’atmosfera venezuelana di scioglimento del corpo e delle mente in cui trova spazio il dialogo trai due. Nel leggerlo sentivo che la vera storia d’amore era per la nave, così chiaramente vicina al suo viaggio ultimo e lo stesso in viaggio da non poter essere che ricordata come pretesto e scena di un amore impossibile e a termine. Alcune ovvietà stilistiche che ti hanno irritato per me erano spia di questa grande bugia: il capitano la notte parla di una donna perché parlare della sua nave da una chiatta di fiume non sarebbe possibile e chi l’ascolta? un narratore che è testimone improbabile della nave fantasma che attraversa il mondo, prima di arenarsi sul fiume. Amo il sudamerica per questa abitudine a “compartir” ovvero raccontarsela sù per il piacere di farlo, mentre il tempo passa, il fiume scorre e la chiatta lo risale :-)

  4. Alephh
    20 agosto 2012

    Bellissimo libro, forse c’è un po’ di Conrad e un po’ di romanticismo esotico.

  5. Renata semprini cesari
    19 agosto 2012

    Grazie, a me la versione di barney è piaciuto molto, appartengono all’altra metà del cielo, ma leggendo il paragone che fai con j.c. Izzo non posso far altro che fidarmi, in quanto sono perfettamente in accordo sulla poesia della sua prosa

    • 2000battute
      19 agosto 2012

      Le donne di Izzo credo che lascino affascinati tutti, indistintamente.

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Questa voce è stata pubblicata il 18 agosto 2012 da in Adelphi, Autori, Editori, Mutis, Álvaro con tag , , .

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