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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Timidezza e dignità – Dag Solstad

TIMIDEZZA E DIGNITÀ
Dag Solstad
Traduzione di M. Ciaravolo

Iperborea 2010

Timidezza e dignità è un libro scritto nel 1994 che ho sentito definire più volte come denso, ed in effetti denso lo è.
Di linee di rottura, di significati, di rimpianti, di sfaccettature.
Descrive una persona che tira le somme e il bilancio è negativo, ma anche il ripiegarsi di una generazione avvilita, e anche il rapporto tra due personalità diverse, e pure una vita coniugale appannata, e c’è inoltre il conflitto latente e insanabile tra l’insegnante in cattedra e gli studenti ostili.

Con tutti questi ingredienti rimestati insieme, il risultato non può che essere un libro denso. Ed è anche giusto che sia così, per questo Timidezza e dignità è certamente un bel libro, cerca di rappresentare il reale, complesso, fatto di tanti strati che si sedimentano, multiforme. Non una semplice caricatura frutto di una comoda semplificazione.

Detto ciò, Timidezza e dignità, a essere sincero, a me ha provocato noia, anzi una noia mortale. Non so cosa farci ma è così, tedio, noia, sbuffate, e alla fine un leggero senso di fastidio.
Il che, quando capita, mi lascia perplesso.
Nel caso di questo libro, il motivo è soprattutto musicale e stilistico.

La prosa di Solstad mi ha fatto venire in mente uno di quei pezzi di musica elettronica o techno, con le basi campionate che si ripetono ossessivamente e delle incursioni di altri ritmi che si intersecano. Una musica metallica, fredda, da ambienti oscuri e opprimenti. A me la musica elettronica o techno (mi rendo conto che ci sia una differenza tra le due, ma non ho la sensibilità per distinguerle) mi fa venire la noia.

Per lo stile, quella di Solstad la definirei scrittura scatolare.
Voi direte “Che cavolo stai dicendo Johnny?”
In effetti, non prendete il vostro manuale di scrittura per cercare cosa sia la scrittura scatolare, perchè me la sono inventata io in questo momento.

La scrittura scatolare è quello stile di scrittura per il quale l’autore non lascia scorrere il testo, ingarbugliandolo, stendendolo, inciampandoci o volando che sia, ma lo confeziona in scatole. Tante scatole.
Esce un pezzo di prosa e lo mette in una scatola. Esce un altro pezzo e va in un’altra scatola. Pezzo, scatola, pezzo, scatola, pezzo, scatola.
Poi si ferma, quando ha un po’ di scatole, inizia a riprendere le scatole e tira fuori il pezzo che c’era in una e lo rimette nel testo, ne tira fuori un altro e lo mette dentro di nuovo e così via in questo modo, ripetendo.
Gioca sulle ripetizioni, tecnica di scrittura tanto nobile quanto delicata da maneggiare, ripetendo in forma di scatole.
Ripete, ripete, scatole, scatole.
Come nelle musica elettronica o techno con le basi campionate.
Solstad ripete.
Credo per suscitare un senso di oppressione, l’oppressione è costante nella storia, nella densità del libro, per dare un senso di incertezza e di dubbio, la ripetizione consolatoria, la ripetizione per autoconvincersi.
Ripete, insistentemente.
Troppo insistentemente, per me che mi annoio a sentire la musica elettronica o techno.
E mi annoio anche ad ascoltare quelli che ripetono troppo spesso, che sembra stiano sempre ha chiedere “Ma hai capito?”, non so se a me che ascolto o a loro stessi. Tanto che quando esagerano, che la pazienza ha un limite, uno, io anzi, non so voi, smetto di capire apposta quello che dicono e mi annoio.
Noia.

Molto soggettivo, ovviamente, come i gusti musicali o la scrittura scatolare, ma così è come ho letto questo libro denso.

La storia.
È fatta di tre parti, anche se il testo non presenta nessuna suddivisione.
Uno: il crollo definitivo.
Due: la giovinezza e le illusioni.
Tre: il tramonto che precede il crollo.

La prima parte è quella più forte come impatto e non per niente è quella che ha raccolto gran parte dei commenti.

Elias Rukla è un cinquantenne professore di letteratura norvegese.
Insegna in una scuola secondaria. Da venticinque anni.
Entra in classe per ripetere l’analisi di un testo di Ibsen.
Come fa da venticinque anni.
È nel programma ministeriale quell’opera.
Si accorge dell’ostilità latente della classe nei suoi confronti.
Del baratro incolmabile che li separa, lui, il docente che dovrebbe trasmettere i valori della nazione attraverso la cultura e loro, i ragazzi, che lo guardano insofferenti, estranei, annoiati e ostili.
Si lancia in un’interpretazione accorata, passionale, isterica di un personaggio minore dell’opera.
Si rende ridicolo.
Si rende conto della sua inutilità.
Dell’incapacità ormai incolmabile di parlare con gli studenti.
Si rende conto di essere finito.
E crolla. In modo ridicolo.

L’inizio si potrebbe leggere come un racconto a sè stante e, a parte le mie riserve musicali e stilistiche (che tuttavia, mi fanno simpatizzare più con gli studenti svaccati sui banchi e tormentati dalla noia che non col docente che si affanna a cercare di spiegare) è uno spaccato crudo e impietoso di una crisi generazionale che esiste e si manifesta nelle scuole, nelle università, nella società.
Solstad coglie nel segno rappresentando questo conflitto latente, che non esplode, non trova sfogo, ma lentamente ha corroso e corrode un pilastro della nostra società. Rappresenta un’infezione che si spande e si cronicizza.

La seconda parte è la peggiore, a mio parere, noiosissima, ridondante, insistente nei tratti dei personaggi.
Elias Rukla entra in una retrospezione che lo porta a ricostruire la sua storia, emblematica di una generazione.
La passione giovanile per la cultura degli anni ’70, le illusioni politiche e soprattutto l’infatuazione per i maestri di vita, qui nella figura di Johan Corneliussen, un coetaneo, brillante, estroverso ma profondo, una figura carismatica.
I due diventano amici inseparabili, inspiegabilmente, viste le differenze così marcate.
Solstad ricostruisce le illusioni perdute della sinistra, marxista o socialdemocratica, con la storia dell’amicizia tra i due ragazzi.
Poi entra Eva Linde.
“L’indescrivibilmente bella Eva Linde”.
Sull’indescrivibilmente bella Eva Linde, Solstad sbraca, a mio parere, e la noia (mia) diventa densa tanto quanto il libro.

Inizia la terza parte.
Elias Rukla e l’indescrivibilmente bella Eva Linde fanno coppia, si sposano e vanno a vivere insieme.

Vicende famigliari e difficoltà, con sullo sfondo l’eterea fugura dell’indescrivibilmente bella Eva Linde che non parla mai, sembra solo patire della sua indescrivibile bellezza, in silenzio, sacrificandosi alla vita che ha avuto in sorte e l’approdo nel porto sicuro ma grigiastro di Elias Rukla.
Un personaggio apparentemente senza passione, senza linfa, senza parole, pensieri, nulla.
Solo a poco a poco qualcosa trapela.
L’avidità, il risentimento, l’oppressione, la tristezza, la solitudine.
Figura tragica di donna, quella messa in scena da Solstad.

Il finale è bello, notturno.
Sale la figura di Eva Linde, qualcosa si scopre, diventa umana.
Invecchia, invecchia male, l’indescrivibile bellezza svanisce, si appesantisce, ha le vene varicose, ma questo per lei sembra essere un sollievo. La sua vita diventa normale, per la prima volta, e reagisce, da sola, ma reagisce.
Elias Rukla, invece, sprofonda, nella contemplazione della moglie la cui indescrivibile bellezza si è persa, nel distacco che si apre sempre più tra loro, nel rimuginare sui non-detti che ha accompagnato il rapporto, sull’impossibilità di parlare, sull’isolamento, sulla deriva da cinquantenne, sulla sconfitta di una generazione.
E crolla.

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Questa voce è stata pubblicata il 28 luglio 2012 da in Autori, Editori, Iperborea, Solstad, Dag con tag , , .

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