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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

L’inverno della cultura – Jean Clair

L’INVERNO DELLA CULTURA
Jean Clair
Skira  2011

”Quando il sole della cultura è basso sull’orizzonte,
anche i nani proiettano lunghe ombre.”
Karl Kraus

Un’invettiva, si può forse definire questo libro.
Jean Clair è intellettuale sopraffino e frequentatore di lunga data del mondo dell’arte, essendo stato conservateur del Centre Pompidou, direttore del Museo Picasso e direttore della Biennale di Venezia.

Qui, attacca tutto e tutti, a testa bassa, a volte con la bava alla bocca per la rabbia, fino a esagerare con pose da borghesuccio scandalizzato come quando si schifa nel vedere quello rasato, tatuato, inanellato e in canottiera in fila tra la folla in attesa di entrare al Louvre.
Non sbraita e sbava soltanto, in realtà, anzi. Tutt’altro.
Dice parecchie cose, parecchio condivisibili, a mio parere.
In particolare quando mette insieme senza tanti giri di parole l’epoca triste che viviamo per la crisi economica, sociale e morale e il crollo verticale della cultura, dell’arte e del senso di grandezza che queste possedevano.

L’arte e la cultura calpestate, svilite, date in pasto a folle di turisti imbecilli o a trader col completino manageriale sono l’emblema della fine di un mondo.
Chiamare arte degli impasti di merda e di piscia, grovigli di ciarpame da immondezzaio o vitelli tagliati e pupazzetti da teatrino

ricorda l’annaspare di un uomo che si dibatte nell’acqua con gesti sempre più disordinati fono ad annegare. L’arte contemporanea è il racconto di un naufragio e di una scomparsa.

Ma l’invettiva di Clair non si limita al bersaglio facile dell’arte contemporanea con i suoi osceni affaristi-giullari, da Jeff Koons a Maurizio Cattelan e Damien Hirst e il contorno di case d’aste, hedge fund e investitori; una sarabanda di spazzatura a prezzi stratosferici, un meccanismo che replica, si integra e si complementa perfettamente con la finanziarizzazione selvaggia dell’economia, i soldi che producono soldi, in una bolla basata sul nulla che viene fatta gonfiare finchè scoppia e gli ultimi sono quelli che ci rimettono.
Sull’arte contemporanea è già stato scritto molto, Jean Clair non aggiunge niente di particolarmente nuovo. Un buon libro di qualche anno fa è, ad esempio, Uno squalo da 12 milioni di dollari, di Donald Thompson.

Molto più interessante ed efficace è invece la lunghissima dissezione e scarnificazione che Clair fa del ruolo, natura, evoluzione e senso del museo, dalla sua costituzione via via lungo i rivolgimenti degli ultimi 5-6 decenni che ne hanno determinato la conformazione attuale. Obbrobriosa, a parere di Clair.

Clair rimpiange il tempo che fu, la cultura museale europea e ancora prima la cultura artistica europea, nelle sue diverse evoluzioni, in Francia, Germania, Italia, Russia.
Gli Stati Uniti, più o meno, non hanno alcuna cultura, solo organizzazione e affari, quindi costruiscono musei e li riempiono, ma non sono musei, sono bunker contenenti opere d’arte arraffate ai quattro angoli della Terra e private di ogni significato. Simulacri. Oggetti utili per farci cartoline e gadget.
Buffoni da fiera.
Certamente reazionario, Clair, nel senso di disprezzare l’attuale profondamente e senza alcun limite, disprezzarne anche le ragioni e le mutazioni che lo hanno infine creato. Come le avanguardie europee, l’inizio della fine, la degenerazione che se ancora conservava radici in una società mutevole che ne giustificavano la provocazione, l’eccesso, la bruttezza esibita e manifesta, ha però reso fertile il terreno nel quale sono cresciuti la volgarizzazione, il mercantilismo e il disinteresse per l’arte e la cultura, sostituite dalle aste, dagli eventi, dai programmi culturali, dagli addetti culturali, dal marketing e tutto il resto del circo.

L’arte e la cultura, questo il capo d’accusa di Clair, si sono democratizzate.
Sono state rese accessibili a tutti. Alle bestie con le loro macchinette fotografiche che si spostano a branchi nella sale dei musei più prestigiosi.
Discorso assai elitario e spocchioso. Senza dubbio.
Ma difficile da negare in toto.
L’arte e la cultura per tutti, popolare, democratica, abbatte delle barriere.
Le conseguenze non sono necessariamente positive.
Anzi.
Idolatria ottusa per opere che sono solo feticci da fotografare o da vedere al solo scopo di poter riferire di averle viste, ma per il resto incomprensibili, senza senso, oscure, spurgate da qualsiasi contesto.
Cultura ridotta a etichetta da appiccicare a qualsivoglia idiozia. Cultura d’impresa, cultura del management, cultura dello scontro, cultura della sicurezza, cultura delle relazioni sociali, cultura dello sport e via cosI in una sfilata infinita di nulla chiamati cultura.
Una parola ridotta a toppa per nascondere una miseria. Evidentemente.

Tutto questo, e qui Clair affonda il coltello, con l’attiva collaborazione, quasi appassionata, proprio dei santuari dell’arte e della cultura e di coloro chiamati a dirigerli. Il Louvre, Versailles, gli Uffizi, Venezia intera ridotti a show room da direttori esultanti.
Perfino le chiese, maestose, millenarie a volte, solenni, da Saint-Sulpice al chiostro dei Bernardini a Parigi, usate per patetici happening o sceneggiate da mentecatti dell’arte contemporanea col beneplacito di preti che Clair paragona al Mefistofele del Faust.
Un gorgo di svilimento e di imbarbarimento, una recessione a uno stato di semplice estetismo che sembra non rallentare.

Per secoli, durante la lunga storia del mondo cristiano, ciò che con una parola magnifica viene chiamato filocalia era stato l’amore della Bellezza oltre che un’esperienza spirituale.
Ora, sia la Chiesa che lo Stato non sembrano più agire che mossi dall’odio della Bellezza. Attualmente, sembra persino proibito parlarne. La Bellezza è diventata l’innominata del pensiero […].

Perciò, Chiesa e Stato erano un tempo considerati, secondo la formula, i due pilastri volti ”a sostenere gli ordini delle leggi divine e umane”.
L’autorità perentoria di questi due venerabili sostegni della società serve oggi a imporre a tutti, all’elite intellettuale come al popolo disorientato, un’immagine avvilente della creazione artistica e della figura dell’uomo.

Conclusione amara che letta dalla sponda italiana suona ancora più avvilente visto lo scempio sociale e morale di cui Stato e Chiesa si sono resi responsabili da molti decenni.
Non consola, ma apre la prospettiva e fa comprendere come questa crisi, non solo e forse non in primo luogo economica come invece si sforzano di far credere gli scribacchini e i microfonati, ha radici molto profonde che corrono lungo tutta la spina dorsale dell’Europa. Come minimo.

Può essere l’inevitabile declino del mondo che aveva l’Europa come centro culturale e artistico, anche morale.
Può essere l’americanizzazione che dilaga, non quella folkloristica dei cow-boy o modernista della tecnologia, ma quella abissalmente ignorante dei grassoni in ciabatte che ciucciano da un beverone ammirando indistintamente il vero Canal Grande a Venezia o il finto Canal Grande di plastica di un qualche casinò di Las Vegas.
Può essere solo nostalgia del passato e cecità di fronte a un mondo che cambia.
Può essere snobismo da intellettuali spocchiosi.
Può essere tante cose e il libro di Jean Clair si presta a mille critiche.

Tuttavia è anche una lettura che aiuta a focalizzare lo sguardo su alcuni punti precisi, invece di lasciarlo vagare sperso in mezzo al caos.

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Un commento su “L’inverno della cultura – Jean Clair

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Questa voce è stata pubblicata il 14 luglio 2012 da in Autori, Clair, Jean, Editori, Skira con tag , , .

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