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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Le pratiche del disgusto – Ugo Cornia

LE PRATICHE DEL DISGUSTO
Ugo Cornia
Sellerio  2007

Premetto subito, anzi confesso, due cose: uno, a me Ugo Cornia piace moltissimo per come scrive e per quello che scrive; due, le pratiche del disgusto che descrive sembra anche a me di averle viste in azione.

Fatta questa dichiarazione di partigianeria, tanto perchè se qualcuno, ma più facilmente qualcuna si dovesse offendere per quello che dice Cornia, io purtroppo non potrò offrire una spalla consolatoria, ma al più biascicare qualche Eh, beh… ma sai… io non so… forse…onestamente, ma non so, per quel che significa…, tanto per perdere tempo e trattenermi dal tirare qualche coltellata aggiuntiva, come dessert, diciamo.

Ora penso che qualcuno o qualcuna si stia domandando: Mado’, ma che dice Cornia?
Ad esempio la faccenda delle tette della moglie di Michele e poi tutto il resto del ragionamento che fa Cornia attorno a questa donna, prototipo di un tipo umano ben radicato e che facilmente si riproduce.
Un tipo così, per intenderci:

… tra l’altro pensavo a quelli che dopo che è successa una cosa lo sapevano già da prima, cioè quelli che hanno sempre la vista lunga, che hanno la vista più lunga del normale, se tu hai cento metri di vista, e altri cinque hanno cento metri di vista, loro ne hanno sempre centocinquanta metri, ovviamente vista spirituale, i normali pensavo ormai devono essere in via di estinzione perché vai a casa da un tuo amico e sua moglie ha una vista più lunga del normale e sa quando muore tua madre e lo sa prima di te, grazie a questa sua vista più lunga, e poi incontri per strada uno che era con te al liceo e lui ha comprato la macchina più lunga del normale, poi la sera vai in birreria da un tuo amico e c’è sempre un avventore che c’ha il cazzo più lungo del normale, poi devi portare una cosa a uno che lavora con te e che tu non sei mai stato prima a casa sua, e lui ti fa vedere che ha il giardino della sua villetta a schiera che è più lungo del normale, perché riuscito a comprare la villetta a schiera d’angolo, quella che aveva il giardino più lungo, mentre gli altri sei hanno preso quella col giardino normale, e allora pensavo che ormai viviamo in una società più lunga, la società più lunga che c’è stata fino adesso sulla faccia della terra dopo tante società normali o addirittura anche più corte delle società normali, e in questa società più lunga, dove tanta gente ha qualcosa di più lungo, ormai ci devo essere rimasto solo io di normale con una visione lunga normale e il cazzo lungo normale e la macchina lunga normale e senza neanche il giardino.
E va anche detto almeno che di tutti i casi analizzati quello che ha il cazzo più lungo del normale almeno è l’unico che fa ridere perché è ovvio che è uno che si diverte a contare delle balle.

Ugo Cornia, che fa parte di quella banda di scrittori emiliani sparsi tra Modena, Reggio Emilia e Bologna – Ermanno Cavazzoni, Daniele Benati, Paolo Nori, tutti un po’ figli di Gianni Celati, che non è emiliano, ma fa lo stesso – scrive in modo rustico, racconta realtà grezze, la grossolanità delle persone, il tutto per lasciare andare nelle storie pensieri che ricorrono spesso in molti di noi, che per lo più osserviamo questa recita alla quale siamo chiamati a partecipare, magari nella parte di quelli che si ritraggono o fanno stramberie oppure hanno un brutto carattere.

C’è un’ironia spessa nelle sue storie, da fumi di osteria, la favella avvinazzata, quella che più fa ridere e più suona sincera, quando l’alcool lubrifica le parole e allenta la forma che nasconde, con la scusa di ingentilire.
Con questo non voglio sostenere che Cornia sia un ubriacone o che quando scrive lo faccia dopo abbondanti bevute di vinello, no, certo che no, o forse sì, non lo conosco, però di sicuro Cornia sa come scrivere con quel certo stile e per farlo occorre saper domare le parole e piegare le frasi.

Ne Le pratiche del disgusto si lancia in un’invettiva sopraffina, un pamphlet, quasi, sulla disgustosità di certe storture, che si radicano talmente a fondo in alcune persone da farne dei centri di merdosità sociale, infettando e corrompendo chi si avvicina, col metodo della goccia sul sasso, una al giorno, sempre, instancabili, inarrestabili, raccolgono lerciume e lo rigettano, in queste pratiche del disgusto.
Sempre sulla moglie di Michele:

Lei è uno di quei personaggi che si costituiscono per osmosi a partire dall’aria che hanno intorno, in tutto quello che l’aria può avere di inquinato e inquinante, vedendolo, pestandolo, toccandolo e respirandolo, un respiro di qua, un respiro di là, dai un’occhiatina e vedi un tocchettino di merda qui e l’assorbi, e pesti un pezzettino di merda di qua e l’assorbi, e così via, agglomerandosi addosso tutta la merda dell’epoca.

Ed è così che si finisce per fare I discorsi della perfidia e della demenza, spargendo di qua e di là un po’ di questa merda travestita da idee, dice Cornia, continuamente usando parole della famiglia “barbecue” o “finissimo”, che hanno la capacità di rispecchiare la bruttura e la demenza dell’epoca, corruzione morale, spargimerda, credere di essere meglio di quel che si è, e di avere meglio di quel che si ha. E anche, complemento delle parole “barbecue”, la famiglia di “posizione di chiusura”, per chiudere il cerchio della disgustosità, l’accusa di “posizione di chiusura” è l’emblema della corruzione intellettuale dell’epoca che porta dritto dritto al concetto chiave dello Smascherarti per il tuo bene, ovvero, coglierti in fallo, puntarti il dito contro per aver voluto nascondere un’emozione che pretendevi fosse solo tua e per la quale supponevi di avere il diritto di tenertela per te.
E invece no, ci sono le mogli di Michele che praticano il disgusto di affermare la propria superiorità e lungimiranza e conoscenza, con le facce deformate dal disgusto che praticano, facce senza natura, come pure le tette in mostra, ormai snaturate.

Allora, seguendo Cornia, cosa che faccio volentieri, cosa resta? Il reale, resta, anzi,

il ritorno del reale in forma pura, a svalangate di reale davanti e dentro alla faccia di tutti.

E anche quel profumo di Emilia che si accompagna a un sorriso ironico, un turpiloquio da osteria e pensieri che filano via veloci e sottili mentre si guarda il mondo scorrere davanti.

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Questa voce è stata pubblicata il 23 giugno 2012 da in Autori, Cornia, Ugo, Editori, Sellerio con tag , , .

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