2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Il senso di una fine – Julian Barnes

IL SENSO DI UNA FINE
Julian Barnes
Traduzione di S. Basso

Einaudi  2012

Sparo subito il mio giudizio, sperando che non sfugga a nessuno, neppure ai passanti più distratti: il libro è una perla.
Lo è per lo stile, per la storia, per il tono, per essere così breve da sembrare un racconto che potresti ascoltare nell’arco di una sera passata bevendo vino e scaldando ricordi, per la voce cadenzata che ti accompagna leggera, ma con una sfumatura perversa, presagio di ciò che sembra ma non è, come una canzoncina infantile che dopo un po’ inizi a farsi ossessiva nel ripetere le strofe, per il lavoro di cesello e intarsio dell’autore, per la scudisciata a freddo che Julian Barnes lascia partire nel finale meraviglioso.

Il libro, che ha vinto il Man Booker Prize 2011, anche se la cosa non è essenziale, vi lascia entrare in un modo, per una certa porta, dietro al pifferaio Barnes e vi fa uscire da tutt’altra parte.
Si entra seguendo il filo dei ricordi di Tony, che racconta della propria giovinezza con quel modo un po’ picaresco degli uomini adulti che serve a darsi un tono e colorare avvenimenti altrimenti del tutto ordinari. Una dose di perbenismo da vecchia Inghilterra e una di humor caustico, una dose di educazione sentimentale e una di idealismo cameratesco.

Tutto scorre, nel fiume dei ricordi, le persone si sciolgono di volta in volta nei rimpianti, nell’amicizia o in un’essenza dalla natura indecifrabile; gli avvenimenti si smussano e si incastrano in una composizione retta da una logica.
Una logica.
La sequenza e la logica che la sostiene è il senso dei propri ricordi.

Poi accade qualcosa. Un fatto piccolo, ma che incrina la logica, quella della composizione e la sequenza perde di senso compiuto, diventa sghemba, stona, i ricordi anzichè rivelare nascondono, la propria storia, quella che ci si racconta, che altre non se ne possiede, getta ombra sulle storie di chi ha attraversato la nostra, finchè qualcosa non le accavalla, le ingarbuglia e allora il senso si dilegua, emergono nuove coerenze, possibili, ipotetiche. Spiegazioni.
Vengono a galla le spiegazioni. Tra le spiegazioni c’è anche l’odio. Il nostro odio, dimenticato.

Ancora non ci arrivi. Non hai mai capito, e non capirai mai. Perciò lascia perdere, è inutile.

Di nuovo altre storie che si tenta di abbozzare, coerenti, e invece no, Veronica Ford ha un’altra storia ancora.
E allora, forse alla fine una storia riesce a emergere, in qualche modo, e non è una di quelle che ci siamo raccontati.
Forse emerge solo quando nulla più può cambiare e il senso della fine è il senso di quei ricordi sparsi che aprono il libro.

Ricordo, in ordine sparso:
– un lucido interno polso;
– vapore che sale da un lavello umido dove qualcuno ha gettato una padella rovente;
– fiotti di sperma che girano dentro uno scarico prima di farsi inghiottire per l’intera altezza di un edificio;
– un fiume che sfida la legge di natura, risalendo la corrente, rovistato onda per onda dalla luce di una decina di torce elettriche;
– un altro fiume, ampio e grigio, la cui direzione di flusso è resa ingannevole da un vento teso che ne arruffa la superficie;
– una vasca da bagno piena d’acqua ormai fredda da un pezzo, dietro una porta chiusa.
L’ultima immagine non l’ho propriamente vista, ma quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni.

Bellobellissimo, grande libro.

PS:  Aggiungo un commentino acido sulla sempre bugiardissima quarta di copertina. In questo caso, l’editore Einaudi riporta un virgolettato dal Los Angeles Times che dice così:

Esiste dunque una sorta di ultima giustizia se il prestigioso premio che e’ sfuggito a Julian Barnes per romanzi come Il pappagallo di Flaubert e Arthur e George gli e’ finalmente riconosciuto per questo piccolo gioiello di concisione ed esattezza.

– E quindi? – direte voi, visto che non sembra un commento sconveniente. Infatti, detto dal Los Angeles Times non lo è, ma riportato da un editore italiano invece lo diventa.
Sì perchè Il pappagallo di Flaubert è il libro più celebre di Barnes che è autore abbastanza celebre, dove con abbastanza si intende che chi, anche maldestramente, traffica da un po’ con la letteratura contemporanea, prima o poi lo incontra.
Ecco, detto ciò, provate a cercare l’edizione italiana de Il pappagallo di Flaubert. Pubblicato da Bompiani nel 1997 è introvabile, fuori catalogo da una vita. Ora forse lo ristamperanno, forse, chissà.

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6 commenti su “Il senso di una fine – Julian Barnes

  1. Marina Romanò
    15 settembre 2016

    Quando leggo un libro, vengo a vedere se anche Marco l’ha letto. Questa volta sono in ritardo di ben 4 anni. Lascio ugualmente il mio commento.
    Un po’ essay filosofico, un po’ giallo, un sano humor inglese, e ci si ritrova a parteggiare per il protagonista, l’antieroe sessantenne Tony Webster, che si ritrova a ricevere inaspettatamente una lettera da un avvocato che gli preannuncia un’eredità. Questa l’occasione per ricordare avvenimenti di quando era studente, 40 anni prima, e diventare consapevole che i suoi ricordi erano illusori e non corrispondono alla realtà, che il rapporto tra il tempo e i ricordi è qualcosa di personale e soggettivo, che il senso di responsabilità individuale si va ad accumulare a tante altre responsabilità individuali, formando una catena, che non sempre l’accumulo di fatti è indice di maturità e crescita – a volte si accumula per semplice addizione -, che parole cattive dette o scritte in un momento di ira, intemperanza, possono avere involontariamente effetti devastanti, che insomma la vita e noi stessi, tutto, è molto più complicato e aggrovigliato di come appare. Struttura perfetta, scritto benissimo, considerazioni interessanti, intriganti e profonde, MA…da un punto di vista puramente narrativo e razionale, ci sono, secondo me, alcuni fatti raccontati e sui quali l’autore torna più volte nelle sue rimuginazioni che non sono riuscita a spiegarmi .
    Per esempio: perché, durante il disastroso week end trascorso in gioventù a casa dei genitori di Veronica, alla mattina Veronica esce con il padre e il fratello a fare un giro e dice alla madre di non svegliarlo perché lui ama dormire, cosa che risulta essere non vera?
    Perché sembra essere importante se il fratello scrive le sue email dal luogo esotico dove dice di essere, piuttosto che dall’Inghilterra?
    Perché mai la madre di Veronica, che ha visto Tony una sola volta in vita sua, dovrebbe lasciargli un’eredità di 500 sterline? Arrivo a capire il diario di Adrian, ma i soldi?
    Probabilmente Barnes vuole dirci che anche questi atteggiamenti incomprensibili fanno parte del tempo molto inquieto che viviamo.

    • 2000battute
      15 settembre 2016

      Mamma mia quanto tempo che è passato. Mi piace leggere il tuo commento perché mi tornano in mente pensieri che mi fece venire questo libro. Ricordo che mi piacque, mi piacque soprattutto un certo piacere che Barnes sembrava mettere nell’ingarbugliare una storia e renderla di difficile interpretazione. Dopo lessi ancora diversi suoi libri, alcuni molto belli, altri mediocri. È un ottimo scrittore, io penso.

  2. Maurizio Mancini
    2 ottobre 2015

    il finale a sorpresa ti lascia senza fiato e tutto sommato non t’importa se il figlio non è di Veronica ma di sua madre.
    ho trovato magistrale far sentire l’effetto karmico delle parole e delle azioni che si ripercuotono nel tempo.
    bello davvero
    adesso aspetto il pappagallo di Flaubert
    ciao

    • 2000battute
      2 ottobre 2015

      Il pappagallo di Flaubert a me è piaciuto moltissimo. Ogni tanto Barnes mi ha deluso, ma quando vuole è gran scrittore

  3. lois
    13 ottobre 2012

    Io ho letto il libro solo ora. Lo avevo tra la mia pila di libri ancora da leggere. Ne avevo letto una bella recensione su Repubblica e mi piacque molto il titolo e quanto be era descritto. Ho chiuso poco fa le ultime pagine e ne sono rimasto ammirato. Ci sono frasi ed eventi descritti magistralmente. Trovo che il linguaggio sia estremamente scorrevole e piacevole pur affrontando un tema di grande spessore. Ed è proprio vero “che la vita che viviamo non è la nostra vita ma quello che ne avremmo raccontato”. Una grande verità che ci lascia riflettere e ci spinge ad immergerci nello spazio dei ricordi personali che vengono filtrati dalla nostra coscienza, dipingendoci un’altra vita, quella che (forse) ci piace di più.
    Non ho letto altro di Barnes, ma ritengo sia un autore da scoprire (per me), perchè racchiude una semplicità di gran spessore. E se un libro, quando finito, ti spinge a parlarne e a pensarci, vorrà pur significare qualcosa! O no?

    • 2000battute
      13 ottobre 2012

      Se i signori editori, tra la miriade di titoli inutili che pubblicano ogni anno, si degnassero di ripubblicare “Il pappagallo di Flaubert”, il suo libro più celebre – Bompiani lo pubblicò nel 1997 ed è scomparso da anni, introvabile anche tra l’usato – anche a me farebbe piacere conoscerlo meglio.

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Questa voce è stata pubblicata il 16 giugno 2012 da in Autori, Barnes, Julian, Editori, Einaudi con tag , , .

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