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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Il gioco del mondo (Rayuela) – Julio Cortázar

IL GIOCO DEL MONDO 
(RAYUELA)
Traduzione di F. Nicoletti Rossini, I. Buonafalce e J. Riera Rehren

Julio Cortázar
Einaudi

Vi sarà sicuramente capitato anche a voi di leggere un capolavoro, anzi più di uno, ne sono certo, il quale, via via che procedete nella lettura, vi fa salire sempre più forte una domanda: Ma come ha fatto a scrivere questo libro? Come ha fatto? Come è possibile che una persona riesca a immaginare migliaia di immagini, sogni, incubi, evocare follia e amore e vita e persone in questo modo così meraviglioso e mettere tutto in parole come Julio Cortázar ne Il gioco del mondo?
Come è possibile comporre una sinfonia tale con le sole parole?

La risposta è che non lo so da quale labirinto si partorisca un’opera del genere e per questo rimango incantato come davanti alle piramidi, al Colosseo o al Cervino. O al mare.
Perché Il gioco del mondo è un mare, immenso, profondo e scurissimo.
Eppure semplice. Da bambini, come appunto è il gioco del mondo, questo:

Ci si può immergere fino ad affogare in ciò che evoca questo gioco semplice, assorbendo dentro di sè il senso profondo del muovere il sassolino con la punta della scarpa, con la massima naturalezza, senza neppure pensarci, osservando la natura misteriosa e meravigliosa di quelle persone che ci riescono, ma senza mai imparare a giocarci, senza mai raggiungere il Cielo.
Oppure si può essere una di quelle persone che hanno il gioco del mondo dentro di sè, non devono impararlo, non hanno bisogno di spiegazioni, lo sanno come si fa, lo sono il gioco del mondo.
E questi sono Horacio Oliveira e Lucia, la Maga, che non è una maga, Horacio la chiama così. Per loro, e per noi, la sinfonia suona.

Il libro è uno dei più difficili che abbia letto, qualcuno lo ha paragonato all’Ulysse di Joyce, ma c’entra poco, solo, forse, per la difficoltà di lettura (l’Ulysse è più difficile). Può essere letto in due modi, io ho seguito quello tradizionale, l’ordine dei capitoli, ma si può seguire un ordine differente e Cortázar lo indica.

Nella scrittura, Cortázar frammenta le frasi, le contrae nervosamente, la sua ricerca dell’aggettivo è spasmodica, crea un intarsio finissimo di parole, intreccia i pensieri dei personaggi che si interrompono uno con l’altro in scene corali, poi apre a monologhi di Horacio nei quali si innestano ispirazioni dalla metafisica orientale, la Grecia classica, la psicologia e molto Novecento francese, Celine, direi, più di ogni altro, tutto poggiato sul letto dell’atmosfera argentina e ispano-americana.

Spesso confonde il lettore diventando quasi incomprensibile, i dialoghi assumono toni surreali, irreali, attraversati da follia e quasi nichilismo, ossessivi e disperati.
Ma tutto questo gli serve per la sinfonia di un Uomo e di una Donna, Horacio e la Maga, solitudini incomunicabili legate da amore profondissimo.
Horacio parla della vita e la distrugge. La Maga è la vita.

Per Cortázar è la donna il gioco del mondo. Lei arriva al Cielo perchè sa che bastano un sassolino e la punta della scarpa, l’uomo no, tanto più cerca di spiegarsi, tanto più diventa incomprensibile e incapace di rompere il circolo vizioso. Gli rimane solo quell’amore profondo, quello che stringe Horacio alla bocca dello stomaco.

Ci sono fiumi metafisici, lei vi nuota come quella rondine sta nuotando nell’aria, girando allucinata attorno al campanile, lasciandosi cadere per poi alzarsi più alta di slancio. Io descrivo e definisco e desidero quei fiumi, lei vi nuota. Io li cerco, li trovo, li guardo dal ponte, lei vi nuota. E non lo sa, proprio come la rondine. Non ha bisogno di sapere come me, può vivere nel disordine senza che alcuna coscienza di ordine la trattenga. Quel disordine è il suo ordine misterioso, quella bohème del corpo e dell’anima che le spalanca le vere porte. La sua vita non è disordine come per me, sotterrato in pregiudizi che disprezzo e allo stesso tempo rispetto. Io, condannato ad essere assolto irrimediabilmente dalla Maga che mi giudica senza saperlo. Ah, lasciami entrare, lasciami vedere un giorno come vedono i tuoi occhi.

Il gioco del mondo ha pagine memorabili, scene indimenticabili che si schiudono dopo lunghe incomprensibilità, nelle quali credo ognuno immagini una sua Maga o un suo Horacio o si senta un po’ Horacio o un po’ Maga.
Ne cito una sola, talmente potente da avermi costretto a sospendere la lettura (e mi capita molto di rado) per affacciarmi alla finestra e respirare un po’ di notte e di fumo di sigaretta e aspettare che quelle parole scendessero.
È una scena lunghissima, ininterrotta, una specie di piano sequenza con la cinepresa o l’occhio che non stacca mai, come forse Orson Welles sarebbe stato capace di riprodurre. Inizia in modo intimo, la Maga e Gregorovius sono nella camera, Horacio disperso nella notte. Il piccolo Rocamadour, figlio della Maga ha la febbre alta, ma si è assopito ed è tranquillo. Le luci sono basse, i dialoghi sottovoce. Gregorovius corteggia la Maga, ne è innamorato. Lei lo sa, Horacio lo sa. Tutti sanno tutto.
Arriva Horacio, si siede fuori dalla porta. La Maga e Gregorovius ascoltano della musica, il volume è basso. Il vecchio del piano di sopra inizia a battere, con violenza. Sempre più forte, impreca. Entra Horacio. Litigio col vecchio. Horacio insinua, finge gelosia, è vera gelosia. Il bambino dorme, parlate piano! dice la Maga, Horacio lo accarezza, il bambino è freddo, Rocamadour non dorme. È morto. Non dice nulla, perché? Perchè non c’è nulla da fare, tutto è inutile. Lo dice a Gregorovius. Che tace. Perché? Perché la Maga non lo amerà mai. La scena diventa corale, arrivano gli altri, Roland e Babs, poi Etienne. La Maga prepara il caffè per tutti, iniziano i dialoghi, sul nulla, su tutto, il Bardo, la filosofia, seduti in terra, Horacio scruta la Maga, tutti ormai sanno che Rocamadour è morto, tranne sua madre, Fate silenzio che sta dormendo tranquillo! Tutti abbassano la voce, i dialoghi proseguono, irreali, reali, non è possibile, è possibile, la certezza, cos’è la certezza? Non esiste, invece esiste, noi siamo qui ed è certo, no è solo l’idea di ognuno, non vi è nulla di certo, le parole sono fiumi in piena e Rocamadour è morto, ancora litigio col vecchio che batte e strepita, la scena si allunga a dismisura, sembra non finire mai, la Maga serve altro caffè, siamo come attori, Ecco, bene, parlate piano che così non si sveglia, il concetto di attitudine centrale, è ora della medicina per Rocamadour, Un cucchiaio, ci sarà un cucchiaio pulito?
Infine lo strazio della madre e Horacio che infila il cappotto, gli trema la bocca, sa che la Maga si è levata dal letto e lo sta guardando, aspetta che si volti, l’amore tra i due è enorme, ma lui non si volta,  rinuncia alla pietà, rinuncia a cercare di nuotare, rinuncia al Cielo, rinuncia a tutto, accetta l’assurda incomprensibilità.
Scena di una bellezza indescrivibile. Non l’unica.

Il libro è un capolavoro e se si può prendere come metro la capacità di uno scrittore uomo di creare un personaggio femminile che racchiuda in sè tutto il mistero e la bellezza della donna, come solo i più grandi tra i grandi hanno saputo fare, allora Cortázar ha un posto tra i grandissimi e la Maga un posto tra le eterne della letteratura di ogni epoca.

In ultimo, si sa che le quarte di copertina sono sempre delle gran bugiarde e questa dell’edizione Einaudi dice: “Un capolavoro del Novecento che ha cambiato la storia del romanzo e la vita di molte persone che lo hanno letto”.
Io non so se Il gioco del mondo abbia davvero cambiato la vita di molte persone, forse no. Però so che Il gioco del mondo è uno di quei libri che tracciano un solco, c’è un prima e c’è un dopo e attraversando quella frontiera qualcosa cambia, magari di poco ma forse si diventa un po’ più Horacio o un po’ più Maga, forse un po’ più soli o forse tutto il contrario, forse un po’ più incomprensibili o forse si abbandonano le spiegazioni, forse si inizia a nuotare oppure si guarda dal ponte.
Non lo so.
Ma qualcosa di sicuro cambia.

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Un commento su “Il gioco del mondo (Rayuela) – Julio Cortázar

  1. Marco Cremonini
    27 maggio 2012

    Ho riletto le note, riletto l’intervista, riletto diversi capitoli, tutto per rimandare il momento di chiudere Cortázar e questo libro straordinario. Mi mancherà moltissimo.
    Chiudo con un brano, straordinariamente intenso, secondo me.
    «ma Oliveira era sempre fermo sulle mani, come sempre lo attraevano le mani delle donne, sentiva la necessità di toccarle, di passare le dita su ciascuna falange, esplorare con movimenti di cinesiologo giapponese la via impercettibile delle vene, rendersi conto delle condizioni delle unghie, indovinare chiromanticamente linee nefaste e monti propizi, udire il fragore della luna appoggiando contro l’orecchio la palma di una piccola mano un po’ umida a causa dell’amore o di una tazza di tè.»

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Questa voce è stata pubblicata il 20 maggio 2012 da in Autori, Cortázar, Julio, Editori, Einaudi con tag , , .

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